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Home » Approfondimenti » Sicurezza Cantieri e Luoghi di Lavoro » Il rischio da esposizione a polveri pericolose nei cantieri e nei luoghi di lavoro

Il rischio da esposizione a polveri pericolose nei cantieri e nei luoghi di lavoro

Le norme di riferimento per la gestione delle polveri pericolose e le metodologie per la corretta valutazione dei rischi e un'efficace prevenzione

Tempo di lettura stimato: 10 minutidi Redazione BibLus / 29 Aprile 2026/0 Commenti/in Sicurezza Cantieri e Luoghi di Lavoro /di

Le polveri pericolose rappresentano uno dei rischi più diffusi e spesso sottovalutati negli ambienti di lavoro. Possono derivare da lavorazioni meccaniche, edilizie, alimentari, chimiche, metalmeccaniche o dalla trasformazione del legno e, se non correttamente gestite, possono provocare patologie respiratorie anche gravi, oltre a possibili rischi di incendio ed esplosione.

La gestione delle polveri pericolose richiede un approccio integrato. Non basta fornire una mascherina o installare un aspiratore generico: occorre conoscere la polvere, misurarne la presenza, valutare il rischio, scegliere tecnologie adeguate e mantenerle efficienti nel tempo.

Il principio da seguire è chiaro: eliminare il rischio dove possibile, captare la polvere alla fonte, evitare la dispersione, proteggere i lavoratori e verificare nel tempo l’efficacia delle misure adottate.

Ecco una guida rapida alla valutazione del rischio da esposizione a polveri pericolose nei cantieri e nei luoghi di lavoro.

Indice

  • Cosa sono le polveri pericolose
  • Quali sono i settori più esposti a polveri
  • Polveri e malattie professionali
  • Polveri pericolose: le norme di riferimento
  • Valutazione del rischio: il punto di partenza
  • Campionamento delle polveri: personale, ambientale e gravimetrico
  • Inquinanti tipici per settore
  • Prevenzione: captare la polvere alla fonte
  • Polveri combustibili e rischio ATEX
  • Formazione e addestramento dei lavoratori
  • DPI: quando e come usarli
  • Polveri pericolose: cosa deve fare il datore di lavoro
  • Polveri pericolose: approfondimenti e contributi extra

Cosa sono le polveri pericolose

Le polveri pericolose sono particelle solide aerodisperse generate da attività di manipolazione, trasformazione, lavorazione, perdita o scarto di materie prime e materiali di processo.

Possono essere prodotte, ad esempio, da:

  • taglio, levigatura, fresatura e carteggiatura;
  • demolizioni, perforazioni e movimentazione di materiali edili;
  • lavorazioni del legno;
  • saldatura, molatura, tornitura e lavorazioni metalliche;
  • lavorazione di farine, zuccheri, cereali, caffè, cacao;
  • processi chimici, galvanici, gomma-plastica e trattamenti superficiali.

Il rischio dipende dalla natura della polvere, dalla granulometria, dalla concentrazione in aria, dalla durata dell’esposizione, dalla presenza di valori limite di esposizione professionale e dall’eventuale capacità della polvere di generare atmosfere esplosive.

Quali sono i settori più esposti a polveri

Secondo i dati INAIL, i settori maggiormente interessati da malattie professionali correlate all’esposizione a polveri sono:

SettoreQuota dei casi
Costruzioni46%
Agro-alimentare24%
Legno11%
Metalmeccanico10%

Fonte: Inail 2026

Polveri e malattie professionali

L’esposizione prolungata a polveri aerodisperse può determinare malattie dell’apparato respiratorio, tra cui:

  • pneumoconiosi;
  • asma professionale;
  • broncopneumopatia cronica ostruttiva;
  • polmoniti da ipersensibilità;
  • neoplasie polmonari;
  • silicosi, in caso di esposizione a silice libera cristallina respirabile;
  • bissinosi, legata a polveri di cotone, lino, canapa e derivati.

Nel quinquennio 2019-2023, le patologie respiratorie professionali riconducibili a esposizione a polveri mostrano un peso rilevante delle pneumoconiosi, che rappresentano quasi la metà dei casi, seguite da asma, bronchiti e polmoniti. Le malattie professionali polmonari risultano mediamente più gravi rispetto al complesso delle malattie professionali riconosciute.

Polveri pericolose: le norme di riferimento

La normativa sulle polveri pericolose nei luoghi di lavoro ruota attorno a un principio essenziale: l’esposizione deve essere conosciuta, misurata e mantenuta entro limiti compatibili con la tutela della salute.

Il riferimento normativo centrale è il Decreto Legislativo 81/2008, in particolare il Titolo IX, dedicato alle sostanze pericolose. Il Testo Unico disciplina la protezione dei lavoratori dai rischi derivanti da agenti chimici, cancerogeni, mutageni, sostanze tossiche per la riproduzione e amianto.

Nel caso delle polveri pericolose, il D.Lgs. 81/2008 rileva perché molte polveri aerodisperse possono contenere o veicolare agenti chimici pericolosi, cancerogeni o sostanze per le quali esistono valori limite di esposizione professionale.

La normativa in materia di salute e sicurezza stabilisce:

  • misure di prevenzione e protezione;
  • obblighi delle figure del sistema di prevenzione aziendale;
  • valori limite di esposizione professionale;
  • criteri per la valutazione del rischio;
  • necessità di misurazioni e controlli quando richiesti dalla valutazione.

In particolare, gli allegati XXXVIII e XLIII del D.Lgs. 81/2008 riportano valori limite di esposizione professionale per alcuni agenti chimici e cancerogeni che possono essere presenti negli ambienti di lavoro.

Cosa sono i VLEP

I VLEP, valori limite di esposizione professionale, sono parametri di riferimento utilizzati per valutare il rischio da esposizione ad agenti chimici nell’ambiente di lavoro.

Secondo la definizione richiamata dall’art. 222 del D.Lgs. 81/2008, il valore limite di esposizione professionale è il limite della concentrazione media ponderata nel tempo di un agente chimico nell’aria, all’interno della zona di respirazione del lavoratore, riferito a un determinato periodo.

In termini pratici, il VLEP indica la concentrazione di una sostanza aerodispersa che non deve essere superata affinché l’esposizione del lavoratore resti entro livelli ritenuti accettabili per la tutela della salute.

Questi valori sono generalmente espressi in:

Unità di misuraSignificato
ppmparti per milione
mg/m³milligrammi per metro cubo d’aria

I VLEP sono considerati sicuri per la maggior parte dei lavoratori esposti, sulla base di valutazioni sanitarie. Tuttavia, particolari condizioni individuali, effetti sinergici tra sostanze o suscettibilità personali possono determinare effetti avversi anche al di sotto dei valori limite.

VLEP e VLB: qual è la differenza

Accanto ai VLEP, vanno considerati anche i VLB, valori limite biologici.

La differenza è sostanziale:

ParametroCosa misuraDove si applica
VLEPconcentrazione dell’agente chimico nell’aria respirata dal lavoratoreambiente di lavoro
VLBconcentrazione dell’agente, di un metabolita o di un indicatore di effetto in un mezzo biologicoorganismo del lavoratore

Il VLB consente quindi di valutare l’effettivo assorbimento dell’agente chimico da parte del lavoratore, considerando non solo l’inalazione, ma anche possibili vie di esposizione come contatto cutaneo o ingestione accidentale.

Il ruolo delle norme tecniche UNI EN

Il D.Lgs. 81/2008 fornisce il quadro obbligatorio per la protezione dei lavoratori dagli agenti chimici e pericolosi, mentre le norme tecniche, in particolare la UNI EN 689, indicano come misurare correttamente l’esposizione e confrontarla con i valori limite.

La UNI EN 689 è la norma di riferimento per la valutazione dell’esposizione per inalazione ad agenti chimici ai fini del confronto con i valori limite. La norma definisce una strategia operativa per eseguire misurazioni rappresentative dell’esposizione dei lavoratori e verificare se i livelli rilevati sono conformi ai VLEP.

Tra le ulteriori norme e metodiche richiamate figurano:

Norma/metodoOggetto
UNI EN 481definizione delle frazioni granulometriche per la misurazione delle particelle aerodisperse
UNI EN 482requisiti generali per le prestazioni dei procedimenti di misurazione degli agenti chimici
M.U. 1998:13determinazione della frazione inalabile delle particelle aerodisperse
M.U. 2010:11determinazione gravimetrica della frazione respirabile
NIOSH 7301misurazione dei metalli con analisi ICP
NIOSH 7600misurazione del cromo VI
M.U. 759:87determinazione delle nebbie oleose
NIOSH 5515determinazione degli idrocarburi policiclici aromatici

Queste norme e metodiche servono a rendere la valutazione dell’esposizione non solo documentata, ma tecnicamente attendibile e confrontabile con i limiti applicabili.

Valori limite di soglia: cosa sono

I valori limite di soglia per l’ambiente di lavoro indicano le concentrazioni di agenti chimici pericolosi che non devono essere superate durante l’esposizione lavorativa.

Tali valori possono essere stabiliti da organismi:

  • nazionali;
  • europei, come ECHA/RAC;
  • internazionali, come ACGIH.

L’obiettivo è prevenire effetti nocivi acuti e cronici sulla salute derivanti dall’inalazione di polveri e altre sostanze pericolose, riducendo il rischio di malattie professionali.

Quando la normativa italiana non fornisce un limite specifico per una determinata sostanza, è possibile fare riferimento ai limiti proposti dall’ACGIH, che individua valori limite per numerose sostanze pericolose.

TLV-TWA, TLV-STEL e TLV-C: le tre tipologie di limite

Sono tre le principali tipologie di valori limite utilizzati nella valutazione dell’esposizione professionale.

TLV-TWA

Il TLV-TWA, Threshold Limit Value – Time Weighted Average, è la concentrazione media ponderata nel tempo, calcolata su una giornata lavorativa convenzionale di 8 ore o su 40 ore settimanali.

È il valore utilizzato per valutare l’esposizione ordinaria e prolungata del lavoratore durante il turno.

TLV-STEL

Il TLV-STEL, Threshold Limit Value – Short Term Exposure Limit, è la concentrazione media ponderata su 15 minuti.

Serve a prevenire effetti acuti o a breve termine dovuti a esposizioni elevate ma di durata limitata. Tra gli effetti da prevenire, irritazione, sensibilizzazione cutanea, vertigini, nausea e riduzione dello stato di vigilanza, condizioni che possono aumentare anche il rischio di infortunio.

TLV-C

Il TLV-C, Threshold Limit Value – Ceiling, è il valore di concentrazione che non deve mai essere superato durante il turno di lavoro.

Quando il campionamento istantaneo non è possibile, nella pratica di igiene industriale si può ricorrere a campionamenti della durata di 15 minuti, salvo casi particolari di sostanze che possono provocare irritazione o narcosi anche dopo esposizioni molto brevi.

Valutazione del rischio: il punto di partenza

I valori limite non sono semplici numeri tecnici: rappresentano il riferimento operativo per decidere se l’esposizione è accettabile o se occorre intervenire.

Il confronto con i VLEP consente di stabilire:

  • se il rischio è sotto controllo;
  • se servono misure tecniche aggiuntive;
  • se occorre migliorare aspirazione, ventilazione o captazione;
  • se sono necessari DPI più performanti;
  • se bisogna ripetere le misurazioni;
  • se il DVR deve essere aggiornato.

Nel caso delle polveri pericolose, i valori limite assumono un ruolo ancora più importante perché incidono anche sulla scelta delle tecnologie di contenimento e filtrazione. Quando per una polvere è disponibile un valore limite di esposizione, diventa più semplice individuare il livello di efficienza richiesto per i sistemi di aspirazione e filtrazione.

La gestione delle polveri pericolose deve partire sempre da una valutazione del rischio specifica, riferita al contesto produttivo reale.

La valutazione deve considerare:

  • materiali e sostanze utilizzate;
  • processi produttivi;
  • schede di sicurezza delle sostanze e miscele;
  • frazioni di polvere inalabile, toracica e respirabile;
  • valori limite di esposizione professionale;
  • presenza di sostanze cancerogene o sensibilizzanti;
  • possibilità di formazione di atmosfere esplosive;
  • efficacia delle misure collettive già presenti;
  • necessità di DPI e procedure operative.

Un passaggio essenziale riguarda l’analisi delle schede di sicurezza.

Alla luce del quadro normativo, il datore di lavoro deve adottare un approccio sistematico:

  1. individuare le sostanze e le polveri presenti nel ciclo produttivo;
  2. analizzare le schede di sicurezza;
  3. verificare l’esistenza di VLEP, VLB, TLV o altri valori di riferimento;
  4. effettuare misurazioni rappresentative quando necessario;
  5. confrontare i risultati con i valori limite;
  6. adottare misure di prevenzione e protezione;
  7. documentare le valutazioni nel DVR;
  8. aggiornare la valutazione in caso di modifiche al processo, alle sostanze o ai livelli di esposizione.

Campionamento delle polveri: personale, ambientale e gravimetrico

La norma tecnica di riferimento richiamata è la UNI EN 689, che fornisce criteri per valutare l’esposizione per inalazione ad agenti chimici e confrontare i risultati con i valori limite di esposizione professionale.

Le principali tecniche di campionamento sono:

Campionamento gravimetrico
Consente di misurare la concentrazione di polveri attraverso la massa raccolta su filtro.

Campionamento personale
Il campionatore viene collocato vicino alla zona respiratoria del lavoratore e permette di stimare l’esposizione individuale durante l’attività.

Campionamento ambientale o stazionario
Il campionatore viene posizionato in un punto fisso dell’ambiente di lavoro, utile per individuare sorgenti di emissione e verificare l’efficacia delle misure di controllo.

Particolare attenzione va posta alla frazione respirabile, costituita da particelle molto fini, inferiori a 4 μm, capaci di raggiungere gli alveoli polmonari.

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Inquinanti tipici per settore

Legno

Nel settore del legno l’inquinante principale è la polvere di legno, generata da segatura, levigatura, fresatura e taglio.

Le polveri di legno duro sono classificate come cancerogene per l’uomo, con particolare riferimento ai tumori naso-sinusali e rinofaringei. Anche le polveri di legno tenero possono causare irritazioni, allergie e patologie respiratorie. Sempre da verificare la possibile presenza di contaminanti chimici derivanti da vernici, colle, impregnanti, solventi e formaldeide.

Per approfondire “La valutazione del rischio cancerogeno per i lavoratori esposti alle polveri di legno“

Metalmeccanico

Nel comparto metalmeccanico possono svilupparsi:

  • nebbie oleose;
  • polveri inalabili e respirabili;
  • fumi metallici;
  • cromo totale e cromo VI;
  • nichel;
  • piombo;
  • cadmio;
  • manganese;
  • rame;
  • solventi organici volatili.

Le lavorazioni più critiche includono saldatura, molatura, taglio termico, fusione, tornitura e fresatura.

Costruzioni

Nel settore edile, il rischio è legato soprattutto a polveri inalabili e respirabili, fibre e silice cristallina respirabile.

La silice è presente in materiali come sabbia, rocce, argilla, ghiaia, granito, calcestruzzo, malta e laterizi. Taglio, perforazione, demolizione, molatura e movimentazione di materiali possono produrre polveri fini in grado di causare silicosi e aumentare il rischio di tumore polmonare.

Agro-alimentare

Nel comparto agro-alimentare si generano polveri organiche da farine, cereali, zucchero, caffè e cacao.

Queste polveri non hanno solo rilievo sanitario: farine e zuccheri, se dispersi in aria in determinate concentrazioni e con adeguata granulometria, possono costituire anche un rischio di esplosione.

Chimico, gomma-plastica e galvanica

In questi settori l’individuazione degli inquinanti richiede un’analisi dettagliata dei processi e delle sostanze utilizzate.

Possono essere presenti:

  • polveri di polimeri, pigmenti, cariche e additivi;
  • solventi;
  • acidi e basi;
  • monomeri;
  • catalizzatori;
  • fumi di vulcanizzazione;
  • nebbie galvaniche;
  • metalli pesanti;
  • composti organici volatili.

Prevenzione: captare la polvere alla fonte

Il principio tecnico più importante è la captazione alla fonte.

Quando la produzione di polvere non può essere eliminata, occorre impedirne la diffusione nell’ambiente di lavoro attraverso sistemi di aspirazione, ventilazione, depolverazione e filtrazione adeguati.

Le principali soluzioni tecniche sono:

  • aspirapolvere mobili professionali e industriali;
  • depolveratori mobili;
  • impianti centralizzati di pulizia ed estrazione;
  • estrattori mobili per il trattamento dell’aria;
  • impianti centralizzati per trattamento aria;
  • trasportatori pneumatici.

La scelta della macchina non può basarsi solo sulla presenza di un filtro ad alta efficienza. Occorre valutare l’intero sistema: portata, depressione, tenuta, dimensionamento, installazione, efficienza complessiva e certificazione dell’apparecchio assemblato.

Filtri EPA, HEPA e ULPA

Ecco la classificazione dei filtri ad alta efficienza secondo la norma EN 1822:

TipologiaClassiEfficienza
EPAE10, E11, E12da >85% a >99,5%
HEPAH13, H14da >99,95% a >99,995%
ULPAU15, U16, U17da >99,9995% a >99,999995%

Un aspetto da non sottovalutare è che parlare genericamente di “filtro HEPA” può essere fuorviante: un filtro efficiente ma installato in modo non corretto, sottodimensionato o inserito in una macchina non adeguatamente sigillata può non garantire il livello di protezione necessario.

Aspiratori L, M, H: come scegliere la classe corretta

La norma EN IEC 60335-2-69 classifica i sistemi di aspirazione in tre classi principali:

ClasseLivello di rischioUtilizzo
Lbasso rischiopolveri con valore limite > 1 mg/m³
Mmedio rischiopolveri con valore limite ≥ 0,1 mg/m³
Halto rischiopolveri con valore limite < 0,1 mg/m³, cancerogene, patogene o contaminate

La a classe dell’aspiratore deve essere scelta in funzione della pericolosità della polvere e non solo della quantità prodotta.

Alcuni esempi indicativi:

  • legno: almeno classe M;
  • particelle di vernice: almeno classe M;
  • polveri metalliche generiche: almeno classe M;
  • cromo, nichel, cobalto: classe H;
  • toner: classe H;
  • muffe e organismi patogeni: classe H;
  • farina: classe H;
  • gesso: classe L;
  • polvere minerale contenente quarzo: almeno classe M.

La tabella riportata ha valore orientativo e non sostituisce la valutazione del rischio specifica.

Polveri combustibili e rischio ATEX

Le polveri pericolose non pongono solo problemi di salute. Alcune possono generare atmosfere esplosive.

Tra le polveri combustibili più comuni rientrano:

  • farina;
  • zucchero;
  • legno;
  • carbone;
  • alluminio;
  • alcune polveri plastiche o organiche.

Le polveri con granulometria inferiore a 500 micron possono essere considerate potenzialmente esplosive, in funzione delle condizioni operative.

In presenza di polveri combustibili occorre distinguere tra:

Aree non classificate ATEX

Possono essere utilizzati sistemi ACD, progettati per aspirare polveri combustibili in ambienti non classificati ATEX.

Aree classificate ATEX

Devono essere impiegate macchine marcate ATEX, conformi alla zona di utilizzo individuata dalla valutazione del rischio.

La valutazione deve tenere conto di granulometria, concentrazione, umidità, confinamento, energia di innesco, caratteristiche della polvere e modalità operative.

Manutenzione degli impianti di aspirazione

Un sistema di aspirazione efficace al momento dell’installazione può perdere efficienza nel tempo se non viene correttamente mantenuto.

La manutenzione deve riguardare:

  • filtri;
  • guarnizioni;
  • tubazioni;
  • sistemi di raccolta;
  • dispositivi di allarme;
  • tenuta dell’apparecchio;
  • efficienza di filtrazione;
  • sicurezza nelle fasi di svuotamento e sostituzione filtri.

Per le apparecchiature di classe H o con filtrazione assoluta, sono necessari controlli tecnici almeno annuali e verifiche dell’efficacia di filtrazione. La sostituzione dei filtri deve avvenire senza esporre l’operatore a contaminazione, mediante procedure sicure e DPI adeguati.

Formazione e addestramento dei lavoratori

La prevenzione non si esaurisce con l’installazione di impianti e macchine.

Il datore di lavoro deve garantire informazione, formazione e addestramento adeguati, in particolare su:

  • rischi specifici legati alle polveri;
  • corretto utilizzo delle attrezzature;
  • procedure di pulizia;
  • sistemi di aspirazione;
  • DPI;
  • gestione delle emergenze;
  • rischi chimici, biologici e ATEX, se presenti.

L’addestramento deve comprendere prove pratiche sull’uso corretto e sicuro di macchine, impianti, sostanze, dispositivi e procedure operative. Gli interventi di addestramento devono essere tracciati in apposito registro, anche informatizzato.

DPI: quando e come usarli

I dispositivi di protezione individuale devono essere utilizzati quando i rischi non possono essere eliminati o sufficientemente ridotti mediante misure tecniche, organizzative e collettive.

Nel caso delle polveri pericolose, i DPI possono includere:

  • facciali filtranti FFP1, FFP2, FFP3;
  • semimaschere o maschere pieno facciale con filtri antipolvere;
  • dispositivi isolanti, quando i filtranti non sono sufficienti;
  • occhiali o visiere;
  • guanti;
  • calzature di sicurezza;
  • protezione dell’udito, se necessario;
  • indumenti protettivi.

La scelta del DPI deve essere coerente con la valutazione del rischio, la concentrazione dell’inquinante, il valore limite di esposizione, il fattore di protezione richiesto e le caratteristiche fisiche dell’utilizzatore.

Polveri pericolose: cosa deve fare il datore di lavoro

In sintesi, il datore di lavoro deve:

  1. individuare le lavorazioni che generano polveri;
  2. analizzare materiali, sostanze e schede di sicurezza;
  3. valutare l’esposizione dei lavoratori;
  4. confrontare i risultati con i valori limite;
  5. adottare misure tecniche di captazione e contenimento;
  6. scegliere aspiratori e filtri adeguati alla classe di polvere;
  7. valutare il rischio ATEX per le polveri combustibili;
  8. predisporre procedure di pulizia e manutenzione;
  9. fornire DPI idonei;
  10. formare e addestrare i lavoratori;
  11. aggiornare DVR e, se necessario, il documento sulla protezione contro le esplosioni.

Polveri pericolose: approfondimenti e contributi extra

Guida tecnica INAIL sulle polveri pericolose (2026)

La Guida tecnica “Polveri pericolose” INAIL 2026 fornisce un quadro organico delle strategie e delle misure tecniche per il contenimento e la rimozione delle polveri nei luoghi di lavoro, con indicazioni utili per datori di lavoro, RSPP, consulenti, tecnici della prevenzione e imprese.

La guida chiarisce come valutare, contenere e rimuovere le polveri pericolose nei luoghi di lavoro: dai settori più esposti alla scelta degli aspiratori L, M, H, fino a DPI, manutenzione e incentivi.

Icona

Download Gratuito Guida tecnica INAIL sulle polveri pericolose (2026)

Approfondimento BibLus sulla valutazione del rischio cancerogeno delle polveri di legno

Uno degli ambiti in cui il rischio di contrarre patologie neoplastiche è più elevato è quello in cui si utilizzano polveri di legno.

Diverse ricerche sulla polvere di legno fanno una distinzione tra polvere di legno tenero e polvere di legno duro, attribuendo a quest’ultimo un’alta probabilità di causare forme tumorali.  Le polveri di legno duro sono state da tempo inserite nell’elenco delle sostanze classificate cancerogene per l’uomo.

Leggi l’approfondimento “Valutazione rischio cancerogeno polveri di legno”

Guida SUVA ai dispositivi antipolvere di protezione individuale (2011)

Il SUVA (INAIL svizzero) ha pubblicato un manualetto destinato ai datori di lavoro, al fine di indirizzarli nella scelta dei dispositivi di protezione individuali opportuni, e ai lavoratori esposti, soprattutto nel settore edilizio, fornendo consigli su come utilizzare i respiratori.
Il documento propone informazioni circa:

  • quando risultano necessari i respiratori;
  • tipologie di respiratori e relative marcature;
  • classi dei filtri e applicazioni;
  • consigli per un uso corretto;
  • manutenzione dei dispositivi;
  • norme di riferimento.

Clicca qui per scaricare il manualetto sui respiratori antipolvere

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Indirizzo articolo: https://biblus.acca.it/rischio-da-esposizione-a-polveri-una-guida-ai-dispositivi-di-protezione-individuale/
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