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Priorità dei dispositivi di protezione collettiva su quelli individuali

Priorità delle misure di prevenzione collettiva su quelle individuali

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Solo l’esecuzione di lavori di natura particolare può giustificare l’eliminazione temporanea di un dispositivo di protezione collettiva

Lavorare per vivere, o vivere per lavorare? Una bella domanda che forse tutti, ad un certo punto della vita, ci siamo posti. Ma ben crediamo che questa volta ragione e cuore siano stati sempre d’accordo sull’unica risposta giusta. Lavorare per vivere dovrebbe essere alla base dell’impegno sacrosanto garantito in ogni ambito e luogo di lavoro, perché il lavoro non dovrebbe mai uccidere o avvilire, ma sempre nobilitare e rendere libere le persone.

Oggi, l’argomento sicurezza nel lavoro riveste una priorità di sommo rilievo, soprattutto in tempi in cui si è giunti a possedere benessere e mezzi tecnologici che fino a qualche anno fa potevamo solo immaginare, per cui se sei un datore di lavoro o un tecnico valuta strumenti appropriati per la sicurezza dei cantieri e dei luoghi di lavoro che possano valorizzare la tua professionalità a vantaggio del benessere di chi lavora con te.

La domanda che ci si pone in questo articolo è dunque se nell’ambito delle misure di prevenzione collettive o individuali ci sia una norma che faccia prevalere le une sulle altre.

Parleremo quindi di sicurezza nei cantieri e dell’importanza delle misure di prevenzione attraverso preziosi ed utili chiarimenti che ci giungono dalla Corte di Cassazione con la sentenza penale n. 48046/2023.

Rischio caduta dall’alto e misure di protezione collettive e individuali. Quali delle due devono prevalere?

Il tribunale prima e la Corte d’Appello in seguito condannavano il titolare di una ditta subappaltata e il coordinatore per la progettazione ed esecuzione dei lavori a causa della caduta dall’alto di un operaio (affidato alla ditta in questione da quella principale) durante i lavori di impermeabilizzazione di una copertura.

In particolare, succedeva che l’infortunato cascava accidentalmente su uno dei numerosi lucernari presenti sul tetto, che, infrangendosi, lasciava precipitare rovinosamente l’operaio nel vano sottostante per un altezza di circa 4 metri.

E qui si innescava tutta una diatriba sulla circostanza che l’operaio infortunato non si fosse, per sua scelta incauta, preventivamente agganciato alla linea vita fatta predisporre sul tetto dalla ditta imputata, e che contemporaneamente, non fossero state predisposte adeguate protezioni di sicurezza collettiva.

Infatti il tribunale (si legge nella sentenza) a condanna degli imputati, sosteneva che a torto fosse stata accordata priorità all’attuazione di mezzi di sicurezza individuali (imbragamento alla linea vita) anziché, come prescritto, di misure di protezione collettiva; nel caso specifico sarebbe stato possibile elidere il rischio di caduta mediante la predisposizione di reti di sicurezza sottostanti ai lucernari, l’applicazione di parapetti provvisori e l’eventuale utilizzo di ponteggi.

La questione arrivava, infine, su tavolo della Corte di Cassazione.

La Cassazione sulle disposizioni del testo unico della sicurezza in merito alla priorità delle misure di prevenzione collettive

Gli ermellini ricordano che la gestione del rischio di caduta dall’alto è affidata dalla legge (D.Lgs. n. 81/2008) a due principali forme di presidio: collettivo e individuale:

  • la prima disposizione prevede che debba essere data priorità alle misure di protezione collettiva rispetto alle misure di protezione individuale (art. 111, comma 1, lett. a); la ratio di tale indicazione risiede nel fatto che i dispositivi di protezione collettiva sono atti a operare indipendentemente dal fatto e a dispetto del fatto che il lavoratore abbia imprudentemente omesso di utilizzare il dispositivo di protezione individuale;
  • la seconda disposizione consente al datore di lavoro di scegliere il tipo più idoneo tra i sistemi di accesso ai posti di lavoro temporanei in quota (art. 111, comma 2); è, quindi, valorizzata la possibilità per il datore di lavoro di optare, in relazione allo stato di fatto, per un sistema piuttosto che per un altro. Un’ulteriore disposizione prevede che il datore di lavoro possa disporre l’impiego di sistemi di accesso e di posizionamento mediante funi solamente nelle circostanze in cui risulti che l’impiego di un’altra attrezzatura di lavoro considerata più sicura non sia giustificato per la breve durata di utilizzo ovvero per caratteristiche del luogo non modificabili (art. 111, comma 4); tale disposizione rafforza l’indicazione iniziale circa la preferenza del legislatore per i sistemi di protezione collettiva in relazione ai lavori in quota.

La Cassazione specifica che:

L’obbligo di minimizzare i rischi insiti nelle attrezzature scelte è stato correlato dal legislatore al sistema prescelto dal datore di lavoro e l’installazione di dispositivi di protezione contro le cadute è stato correlato a tale scelta (art. 111, comma 5);

ne consegue che (nel caso in esame):

nell’ambito del sistema prescelto dal datore di lavoro in ossequio alle disposizioni precedenti doveva, dunque, essere valutata la responsabilità colposa dell’imputato per l’omissione di cautele atte a minimizzare il rischio di caduta.

Dalla disposizione contenuta nell’art. 111, comma 6, del testo sulla sicurezza, si desume, altresì, che

solo l’esecuzione di lavori di natura particolare può giustificare l’eliminazione temporanea di un dispositivo di protezione collettiva contro le cadute che, in ogni caso, dovrà essere immediatamente ripristinato una volta terminato il lavoro di natura particolare.

Perché le norme di sicurezza collettiva sono da considerarsi prioritarie

L’intero corpo di regole cautelari individuate dal legislatore per i lavori in quota indica, dunque, che i dispositivi di protezione collettiva sono da considerare lo strumento di maggior tutela per la sicurezza dei lavoratori, sia in quanto vengono indicati come prioritari tra i criteri da seguire nella scelta delle attrezzature di lavoro, sia in quanto l’adozione di attrezzature di protezione individuale o di sistemi di accesso e posizionamento mediante funi è indicata quale scelta subordinata nel caso in cui, per la durata dell’impiego e per le caratteristiche del luogo, non sia logico adottare un’attrezzatura di lavoro più sicura.

A parere degli ermellini:

la Corte territoriale ha fatto quindi corretta applicazione del principio […] secondo cui in tema di sicurezza dei lavoratori che devono eseguire lavori in quota, il datore di lavoro, ai sensi del D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, art. 111 è tenuto ad adottare misure di protezione collettiva in via prioritaria rispetto a misure di protezione individuale, in quanto le prime sono atte ad operare anche in caso di omesso utilizzo da parte del lavoratore del dispositivo individuale.

Quindi, nel caso il lavoratore, per qualunque motivo non adoperi i dispositivi di sicurezza individuale (DPI), deve comunque poter essere tutelato dai dispositivi di protezione collettiva.

In conclusione, correttamente la Corte d’Appello ha ritenuto, in particolare, che il legale rappresentante della ditta (società che aveva in subappalto le opere edili e presso la quale era distaccato l’infortunato) era tenuto a garantire la sicurezza delle condizioni di lavoro dei lavoratori presso di lui distaccati da altra ditta. Pertanto, non solo avrebbe dovuto verificare il puntuale rispetto delle normative prevenzionali correlate alle lavorazioni a lui commissionate ma, in caso di riscontrata inidoneità o mancanza, avrebbe avuto il preciso obbligo di segnalarne la necessità ed in ogni caso di pretenderne l’installazione.

Il ricorso, per tali motivi, è dichiarato inammissibile.

Anche nel caso descritto riveste assoluto rilievo ed obbligo di legge garantire l’incolumità di chi effettua i lavori di ripristino, per cui ti suggerisco di provare il software sicurezza cantieri e luoghi di lavoro che crea i tuoi piani di sicurezza e modelli 3D/4D del cantiere a partire da piani-tipo e accurate analisi di lavorazioni e rischi.

 

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CerTus

 

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