Home » Notizie » Titoli edilizi » Opere abusive in attesa di condono: no ad ulteriori interventi edilizi

Opere abusive in attesa di condono: no ad ulteriori interventi edilizi

Opere abusive in attesa di condono: no ad ulteriori interventi edilizi

Tempo di lettura stimato: 3 minuti

CdS: ulteriori e successivi interventi edilizi su manufatti abusivi, anche in attesa di condono o di sanatoria ordinaria, perpetrano la condizione illegale di abuso edilizio

Il Consiglio di Stato con la sentenza n. 2171/2022 torna ad esprimersi, con nuovi chiarimenti, in merito agli interventi edilizi condotti sulle opere abusive.

Una veranda abusiva in attesa di condono può essere ristrutturata tramite SCIA? Il caso

Il proprietario di una veranda realizzata abusivamente ed oggetto di domanda di condono edilizio, decideva di ammodernarla sostituendo l’originale struttura in alluminio anodizzato e vetri a filo con analoga struttura invetriata in alluminio preverniciato ossicolorato.

Per tale intervento, che aveva previsto anche lo spostamento del tramezzo interno alla veranda e la modifica del tompagno tra balcone verandato e abitazione, l’uomo aveva presentato una DIA (oggi SCIA) per l’esecuzione di opere di manutenzione ordinaria e straordinaria.

Successivamente, il Comune (dopo aver parzialmente accolto la DIA) ordinava la rimozione delle opere realizzate (spostamento tramezzo e modifica del tompagno) in quanto eseguite su aree vincolate e, pertanto, ai sensi dell’art. 32 legge n. 326/03, non suscettibili di sanatoria.

Il proprietario della veranda faceva ricorso al Tar sostenendo che gli interventi di carattere manutentivo non avrebbero determinato alcun incremento volumetrico né avrebbero inciso su parti strutturali dell’edificio o investite da vincolo paesaggistico.

Il Tar rigettava il ricorso, per cui l’uomo si appellava al CdS con un nuovo motivo aggiuntivo: il Comune non avrebbe potuto disporre la demolizione delle opere oggetto della domanda di condono ancora non evasa.

Il Consiglio di Stato ribadisce il no a nuove opere su manufatti abusivi anche se oggetto di domanda di condono

Il CdS in premessa cita se stesso:

in presenza di manufatti abusivi non sanati né condonati, gli interventi ulteriori (pur se riconducibili, nella loro oggettività, alle categorie della manutenzione straordinaria, della ristrutturazione o della costruzione di opere costituenti pertinenze urbanistiche), ripetono le caratteristiche d’illiceità dell’opera abusiva cui ineriscono strutturalmente, giacché la presentazione della domanda di condono non autorizza l’interessato a completare ad libitum e men che mai a trasformare o ampliare i manufatti oggetto di siffatta richiesta, stante la permanenza dell’illecito fino alla sanatoria.

Insomma, a fronte di un vano verandato abusivo perché non ancora condonato, la parte privata avrebbe dovuto attendere l’esito del procedimento di condono, non potendo eseguire ulteriori opere in relazione alla medesima porzione immobiliare.

Le opere del caso, a parere dei giudici di Palazzo Spada, non sono riconducibili alla categoria della manutenzione straordinaria né tanto meno a quella ordinaria, essi ricordano che ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett. a), D.P.R. 380/2001, gli interventi di manutenzione ordinaria riguardano le sole opere di riparazione, rinnovamento e sostituzione delle finiture degli edifici e quelle necessarie ad integrare o mantenere in efficienza gli impianti tecnologici esistenti.

In definitiva, per i giudici, si è trattato di un intervento di ristrutturazione edilizia (soggetto al rilascio del permesso di costruire) più che di un mero intervento di manutenzione (quest’ultimo nemmeno ammissibile su opera abusiva).

Oltretutto, non risulta neppure invocabile l’indirizzo giurisprudenziale per il quale, in pendenza della definizione delle domande di condono, non può essere adottato alcun provvedimento di demolizione, tenuto conto che l’Amministrazione, con il provvedimento impugnato in primo grado, non ha ordinato la demolizione delle opere oggetto della domanda di condono, ma delle ulteriori opere successivamente eseguite dalla parte privata.

Scopo e carattere della DIA (oggi SCIA)

Tra le altre cose, i giudici fanno un’interessante osservazione sul carattere della denuncia di inizio attività (oggi, segnalazione certificata di inizio di attività, SCIA).

Essi spiegano che il suddetto titolo edilizio costituisce uno strumento di liberalizzazione delle attività private,  non più sottoposte ad un controllo amministrativo di tipo preventivo, ma avviabili sulla base di una mera segnalazione da sottoporre al successivo controllo amministrativo.

La SCIA perché possa produrre effetti giuridici deve rispondere al modello tipizzato dal legislatore occorrendo, pertanto, da un lato che le attività in concreto avviate siano effettivamente riconducibili alle fattispecie “astratte” per cui è ammesso l’utilizzo della SCIA, dall’altro che la segnalazione presentata risulti veritiera e completa, essendo corredata dalla documentazione occorrente a porre l’Amministrazione in condizione di potere svolgere la successiva attività di verifica entro i termini applicabili.

Il ricorso non è, quindi, accolto.

 

Per maggiore approfondimento, leggi anche questo articolo di BibLus-net:

 

 

praticus-ta
praticus-ta

 

 

0 commenti

Lascia un Commento

Cosa ne pensi?
Lascia un commento sull'articolo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *