Incarichi professionali: attenzione al contratto e alle prestazioni inserite

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Incarichi professionali: occorre specificare in maniera precisa le attività del tecnico nel contratto (disciplinare d’incarico), pena la non corresponsione del pagamento

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 32777/2019 chiarisce quali siano i compiti di un progettista incaricato dal committente di redigere la pratica per un titolo edilizio per lavori di ristrutturazione di un immobile.

I giudici evidenziano come ogni altro aspetto legato all’intervento, che prescinda dalla mera progettazione e direzione lavori, debba essere commissionato con un incarico scritto specifico.

Il caso

Ad un architetto era stato affidato l’incarico di progettista di lavori di ristrutturazione di un fabbricato: pertanto doveva redigere la documentazione necessaria per l’apposito titolo edilizio.

Ma il rapporto tra committenti e professionista degenerava in merito al pagamento della parcella professionale dovuta a quest’ultimo.

L’architetto, in merito alla progettazione, avanzava la richiesta di compensi aggiuntivi relativi:

  • alla pratica dell’isolamento termico;
  • alla pratica di autorizzazione ambientale;
  • alla direzione dei lavori;
  • alla redazione dei rilievi planialtimetrici;
  • alla redazione del piano di sicurezza (PSC);
  • alla pratica volta all’ottenimento del mutuo;
  • alla progettazione degli interni.

I committenti liquidavano parzialmente la parcella professionale non ritenendo dovute alcune competenze elencate dal tecnico nelle singole voci di spesa.

Il professionista, quindi, otteneva un’ingiunzione di pagamento presso il tribunale ordinario: i committenti si opponevano lamentando di aver già pagato il dovuto.

Il tribunale ordinava una perizia CTU volta a verificare la congruità della parcella professionale. La sentenza di primo grado si concludeva con il pagamento della parcella (seppur decurtata) da parte dei committenti.

Successivamente il tecnico si rivolgeva alla Corte d’Appello, che riconosceva al professionista:

  • le sole spese di progettazione,
  • le spese relative alle strutture in conglomerato cementizio,
  • le spese di direzione dei lavori, ritenendo che quest’ultimo incarico risultava provato.

La sentenza della Corte d’Appello non riconosceva al tecnico le altre voci di spesa, poiché non erano supportate da alcuna prova.

Il tecnico, non ritenendosi soddisfatto, ai fini del riconoscimento di quanto ancora (a suo avviso) gli era dovuto, ricorreva in Cassazione.

Il giudizio della Corte di Cassazione

Gli ermellini osservano che:

  • in merito all’autorizzazione ambientale: l’area in cui ricade il fabbricato (oggetto di ristrutturazione) non è soggetto a vincolo ambientale e che, in ogni caso, il relativo compenso deve ritenersi ricompreso in quello generale del professionista incaricato in questione; tale incarico  consiste nella mera presentazione all’ente pubblico (competente al rilascio del titolo edilizio adeguato) di tre copie degli elaborati progettuali confezionati nel contesto della pratica edilizia;
  • in merito alla “pratica di isolamento termico”, non risulta un affidamento di incarico conferito al ricorrente, anzi, tale incarico risulta dagli atti, affidato ad un terzo professionista. Gli ermellini, richiamando i precedenti due gradi di giudizio, precisano che in riferimento alla pratica di isolamento termico non vi è prova né del conferimento né dell’espletamento;
  • è da escludere il pagamento per la pratica relativa al piano di sicurezza: il tecnico era tenuto a provare l’esecuzione di tale prestazione, onere cui non ha ottemperato;
  • è da escludere qualunque compenso in riferimento alla pratica di assistenza alla stipula del mutuo del tutto estranea a quella del progettista-direttore dei lavori e della quale non vi è alcuna prova di uno specifico incarico conferito.

Infine, i giudici chiariscono che la redazione dei rilievi planialtimetrici costituisce attività professionale direttamente connessa a quella di progettazione e dunque ricompresa e compensata nell’ambito dello stesso costo; se tale attività avesse costituito un autonomo incarico, il professionista ricorrente ne avrebbe dovuto fornire la prova, circostanza che non si è verificata.

Per tali motivi, il ricorso non è accolto

 

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Clicca qui per scaricare la sentenza della Cassazione

 

compensus

 

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