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Il certificato di collaudo finale non attesta la legittimità del titolo edilizio

Il certificato di collaudo finale attesta la legittimità del titolo edilizio?

Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Il certificato di collaudo finale deve attestare soltanto la conformità al progetto delle opere realizzate. Lo chiarisce la Cassazione

Il comma 7, art. 23 “Interventi subordinati a segnalazione certificata di inizio attività in alternativa al permesso di costruire” del dpr 380/2001 (Testo unico dell’edilizia)  prevede che:

Ultimato l’intervento, il progettista o un tecnico abilitato rilascia un certificato di collaudo finale, che va presentato allo sportello unico, con il quale si attesta la conformità dell’opera al progetto presentato con la segnalazione certificata di inizio attività. Contestualmente presenta ricevuta dell’avvenuta presentazione della variazione catastale con seguente alle opere realizzate ovvero dichiarazione che le stesse non hanno compor-tato modificazioni del classamento

Se è vero che ciò che attesta il certificato di collaudo finale delle opere (che va presentato a chiusura dei lavori) è correlato alla descrizione dello stato originario dei luoghi prima dell’intervento in progetto, è anche vero che la funzione e la veridicità del certificato di collaudo finale non dipende rigidamente dalla dichiarazione dello stato originario dei luoghi, semplicemente per il fatto che spesso chi emette questo certificato, potrebbe non essere il progettista ma, appunto, un diverso tecnico abilitato.

Su questa premessa è incentrata una recente ed interessante sentenza penale della Corte di Cassazione, la n. 43299/2023, che chiarisce le responsabilità di chi emette questo certificato. A tal riguardo, può tornarti utile l’utilizzo di un software per la gestione dei diversi moduli edilizi, che ti supporta nella scelta e nella compilazione del giusto documento, da archiviare e consultare facilmente in qualunque momento.

Il certificato di collaudo finale ai sensi dell’art. 23 dpr 380/2001. Quali le finalità, gli obblighi e le responsabilità?

I direttori dei lavori, nonché progettisti delle opere eseguite su un fabbricato, venivano condannati dal tribunale.

Agli imputati si contestava di avere, in qualità di direttori dei lavori, falsamente attestato nella certificazione di collaudo finale, presentata ai sensi dell’art. 23 dpr 380/2001, che le opere realizzate erano conformi al progetto presentato con la dichiarazione di inizio attività (oggi segnalazione certificata di inizio attività – SCIA). Per la precisione, il tribunale prima e la Corte d’Appello in seguito, sostenevano che in quella certificazione:

vi fosse da riconoscere un falso implicito, affermando che il presupposto del corretto «positivo» collaudo è l’intera procedura, quanto meno nei suoi segmenti essenziali, mentre nel caso di specie il progetto dava atto di uno stato di fatto ante operam diverso da quello reale falsamente attestato.

In altre parole, poiché la dichiarazione dello stato di fatto dei luoghi allegato al progetto, che aveva consentito il rilascio del titolo edilizio, era risultata parzialmente falsa, sarebbe risultato, di conseguenza, falso anche il certificato di collaudo come implicitamente attestante, tra l’altro, la veridicità della dichiarazione dello stato di fatto prima delle opere.

Gli imputati rispondevano, a loro difesa, che la funzione del certificato di collaudo non era quella di attestare la regolarità del procedimento che aveva condotto al rilascio del titolo edilizio, ma solo quella, appunto, di attestare la conformità delle opere eseguite a quelle assentite.

La questione approdava in ricorso presso la Corte di Cassazione.

Cassazione: non va confuso il contenuto del certificato di collaudo finale con il dolo riscontrato nella dichiarazione dello stato di fatto dei luoghi prima delle opere

Gli ermellini ricordano in premessa che l’art. 23, comma 7, del TUE prevede che, ultimato l’intervento, il progettista o un tecnico abilitato rilascia un certificato di collaudo finale, che va presentato allo sportello unico, con il quale si attesta la conformità dell’opera al progetto presentato con la segnalazione certificata di inizio di attività (SCIA). Tale disposizione andrebbe letta tenendo presente che l’art. 9-bis, comma 1-bis, dello stesso TUE stabilisce che:

lo stato legittimo dell’immobile o dell’unità immobiliare è quello stabilito dal titolo abilitativo che ne ha previsto la costruzione o che ne ha legittimato la stessa e da quello che ha disciplinato l’ultimo intervento edilizio che ha interessato l’intero immobile o unità immobiliare, integrati con gli eventuali titoli successivi che hanno abilitato interventi parziali.

Da tali disposizioni emerge che:

il collaudo finale deve solo attestare la conformità delle opere realizzate al progetto allegato alla D.I.A. (oggi SCIA) e non la regolarità del procedimento amministrativo che ha condotto al rilascio del titolo abilitativo e quindi nemmeno la falsità di talune tavole progettuali volte a descrivere lo stato di fatto ante operam.

Nel caso in esame, è pacifico (sostengono i ricorrenti) che il certificato di collaudo ha attestato il vero quanto alla conformità delle opere realizzate a quelle progettate ed assentite; le opere eseguite sono parte di quelle autorizzate dal titolo edilizio.

La Cassazione sottolinea che è ben vero che nel caso di specie i ricorrenti che hanno redatto il certificato di collaudo finale sono anche coloro che hanno redatto i progetti allegati al titolo edilizio ai fini del rilascio del provvedimento autorizzativo e, quindi, sapevano della falsità delle tavole progettuali relative allo stato di fatto ante operam, ma:

non bisogna confondere il profilo del dolo con il contenuto del certificato di collaudo finale e la sua funzione che resta solo quella di attestare la conformità di quanto realizzato a quanto progettato e non la legittimità del provvedimento amministrativo che ha autorizzato l’opera; semmai lo scopo del collaudo finale è quello di verificare la regolarità di quanto realizzato dopo il rilascio del titolo che consente l’esecuzione delle opere.

In fin dei conti, chiudono i giudici, spesso il collaudatore è soggetto diverso dal progettista e non si può pretendere dallo stesso di attestare, con il certificato di collaudo finale, la legittimità del provvedimento amministrativo che consente l’esecuzione dei lavori.

In merito a questo punto, il ricorso è parzialmente accolto.

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