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Cappotto termico e decoro architettonico: il primo non può prevalere sul secondo

Cappotto termico e decoro architettonico: il primo non può prevalere sul secondo

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Cassazione: no al cappotto termico in condominio se lede il decoro architettonico, anche se il fabbricato non riveste particolare pregio artistico ed estetico

Ragioni estetiche e di decoro per gli edifici condominiali comuni e non di particolare pregio artistico possono surclassare quelle attualissime di un più che mai ambito efficientamento energetico? Ben sappiamo ormai che la certificazione energetica degli edifici costituisce un passaggio obbligato in diversi adempimenti tecnici come quelli riguardanti gli sgravi fiscali legati alla detrazione Superbonus. Sottovalutare la predisposizione di questo documento, o la sua maldestra redazione, può esporti a severe sanzioni e alla perdita dell’agevolazione, ma con il software per la certificazione energetica più performante anche quest’obbligo può divenire una piacevole e facile operazione da concludere in tutta tranquillità al riparo da possibili errori.

Ed allora, cosa scegliere tra il rispetto del decoro architettonico e l’efficientamento energetico di un fabbricato? È chiaro che sarebbe auspicabile perseguire entrambi gli obbiettivi, ma nel caso non sia possibile, la Corte di Cassazione è stata abbastanza chiara nell’esprimersi in merito, con una recente ordinanza, la n. 17920/2023.

Quando il cappotto termico lede il decoro architettonico?

Una condomina si rivolgeva al tribunale contro un altro condomino a causa di presunti abusi edilizi commessi da quest’ultimo e riconosciuti dai giudici.

La signora chiedeva, così,  il ripristino dello stato originario dei luoghi in condominio ma il vicino convenuto in giudizio, a questo punto, controbatteva e tirava in ballo il cappotto termico che la sua vicina aveva fatto regolarmente installare per l’efficientamento energetico del suo appartamento. Il vicino sosteneva che era stata la condomina a realizzare opere abusive e, in particolare, con lo stravolgere sul piano architettonico la facciata attraverso l’installazione di quel cappotto e il cambiamento degli infissi, opere di cui egli richiedeva la rimozione.

Il tribunale accoglieva la domanda della condomina mentre disattendeva la domanda riconvenzionale, sostenendo che le modifiche al fabbricato apportate dal cappotto erano state regolarmente autorizzate in via amministrativa.

Il vicino ricorreva, allora, in Corte d’Appello che ordinava la rimozione del cappotto con il ripristino della facciata del fabbricato e dell’originario stato con pietre a vista.

Secondo i giudici:

  • era irrilevante che le opere contestate fossero state regolarmente assentite, ove avessero gravemente pregiudicato il decoro architettonico del fabbricato;
  • il cappotto intonacato della metà superiore della palazzina (in cui insistevano entrambe le proprietà) integrava sicuramente gli estremi dell’innovazione, che avrebbe richiesto comunque il consenso dell’altro condomino, essendo tale da alterare il decoro architettonico dell’edificio, atteso che il risultato finale appariva antiestetico, caratterizzandosi per una rilevante e immediatamente percepibile differenza di finitura tra le due parti dell’edificio, la cui parte inferiore continuava ad avere le pietre a vista mentre quella superiore presentava, invece, l’intonaco bianco.

La questione, infine, giungeva in Cassazione con ricorso della vicina condomina, la quale invece sosteneva che:

  • il rifacimento dell’intonaco aveva riguardato le sole pareti del fabbricato su cui insisteva la sua abitazione, con la costituzione di un rivestimento mediante apposito cappotto termico per il contenimento energetico della struttura, a fronte della maggioranza delle quote di proprietà dell’immobile possedute dalla stessa;
  •  le facciate dei due piani dell’immobile oggetto della contesa si sarebbero presentate sin dall’origine, sotto il profilo architettonico, assolutamente disomogenee, poiché il piano terra sarebbe stato rivestito da una muratura di pietrame mentre le facciate del primo piano e del sottotetto sarebbero state costituite da mattoni pieni.

La Corte di Cassazione ribadisce il danno al decoro del fabbricato anche se di scarso valore estetico e già compromesso da interventi passati

Gli ermellini confermano in proposito il precedente giudizio: il danno arrecato al decoro architettonico, inteso quale armonia ed unità di linee e di stile, risulta:

rilevante anche per i fabbricati che non rivestano particolare pregio artistico ed estetico, suscettibile di compromissione o turbativa appariscente ed apprezzabile e tale da risolversi in un deprezzamento del bene.

Essi sottolineano che l’alterazione architettonica delle linee decorative e del carattere estetico non necessariamente deve implicarne la radicale deturpazione, ma può già bastare a configurare il danno una semplice menomazione o deterioramento procurati al fabbricato.

Il ricorso non è accolto.

Occhio, quindi, al rispetto del valore estetico degli edifici in concomitanza con il loro recupero energetico. Ricordiamo, infatti, che la normazione e gli standard europei impongono regole sempre più severe e rigide sulla certificazione energetica degli edifici, passaggio obbligato in diversi adempimenti. È per questo che desidero consigliarti il software certificazione energetica sempre aggiornato ed in sintonia con gli attuali obiettivi di sostenibilità ambientale.

 

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