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Barriere architettoniche e discriminazione disabilità

Barriere architettoniche e discriminazione della disabilità

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Per la Cassazione le barriere architettoniche rientrano nella discriminazione indiretta verso la disabilità. Gli ermellini spiegano l’art. 2 della L. 67/2006

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione, la n. 17138/2023, pubblicata nel mese di giugno scorso, sembrerebbe dare una risposta al recentissimo colpo di scena con il quale il Governo ha voluto modificare (limitare?) attraverso il D.L. 212/2023 (Misure urgenti relative alle agevolazioni fiscali di cui agli articoli 119, 119-ter e 121 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, convertito…) l’utilizzo del cd. bonus barriere architettoniche, poco prima della fine dell’anno. Ricordiamo che il suddetto bonus è l’unico che a determinate condizioni può ancora avvalersi della cessione del credito e dello sconto in fattura come chiarito nel D.L. 212/2023 (salva Superbonus), per cui per essere sicuro di condurne a buon fine i benefici, è consigliabile l’utilizzo di un software per gestire in semplicità, sicurezza e tranquillità le tue pratiche inerenti ai bonus edilizi, al riparo da potenziali errori.

È possibile chiedere un risarcimento danni invocando la L. 67/2006 in merito alle barriere architettoniche ed alla discriminazione della disabilità?

Il caso di oggi si concretizzava quando una persona affetta da disabilità in situazione di gravità ed invalida civile al 100% con indennità di accompagnamento, citava in tribunale il Comune che aveva rilasciate una concessione edilizia in sanatoria e l’agibilità ad un fabbricato non conforme alla legge 13/1989 sul superamento delle barriere architettoniche in edifici privati, assieme alla società che gestiva il medesimo fabbricato.

Per la precisione, il protagonista della vicenda lamentava che per ben 11 anni, a causa di quelle barriere, gli era stato impedito di raggiungere la sorella che abitava in quel condominio. Tale impedimento aveva posto in essere nei suoi confronti atti e comportamenti gravemente discriminatori. Per tale motivo chiedeva anche un risarcimento.

Il tribunale e la Corte d’Appello in seguito confermavano la condanna al risarcimento richiesto.

Fino a quando il Comune si appellava alla Corte di Cassazione per cattiva applicazione dell’art. 2 della legge 67/2006.

Per la Cassazione l’inaccessibilità degli edifici rientra nella discriminazione della disabilità, ma la componente discriminatoria va individuata e provata

Gli ermellini premettono che la legge n. 67 del 2006 intende disporre per le persone con disabilità, di cui alla L. n. 104 del 1992, art. 3, una particolare tutela giurisdizionale (in parte analoga a quella già accordata ai disabili vittime di discriminazioni nel contesto lavorativo dal D.Lgs.. n. 216 del 2003, che ha recepito la direttiva 2000/78/CE) per tutte quelle situazioni in cui il disabile risulti destinatario di trattamenti discriminatori al di fuori di un rapporto di lavoro.

La legge sancisce, con norme dalla portata immediatamente precettiva, divieti di discriminazione delle persone disabili sia nei rapporti pubblici, che nei rapporti tra privati, senza alcuna limitazione soggettiva dei destinatari dell’obbligo di non discriminazione.

La nozione di discriminazione di cui alla L. n. 67/2006, art. 2, può essere distinta in:

  •  “discriminazione diretta” quando una persona disabile viene trattata in modo diverso, in diritto o in fatto, rispetto ad un soggetto abile;
  •  “discriminazione indiretta” quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento, apparentemente neutri, mettono una persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto ai soggetti abili; infine, sono “discriminazioni” le molestie, ovvero comportamenti indesiderati, posti in essere per motivi connessi alla disabilità, che creino un clima di intimidazione, umiliazione, offesa o ostilità nei confronti della persona disabile.

La Cassazione spiega che con riferimento alla “discriminazione indiretta”, invocata nel caso in esame, va osservato che:

l’elencazione delle modalità con cui essa può esplicarsi, contenuta nell’art. 2, non può ritenersi né esaustiva, né tassativa e ciò trova conferma nello stesso testo dell’art. 3, ove le diverse forme di discriminazione sono sinteticamente riassunte nella definizione omnicomprensiva di “atti e comportamenti”.

Anche la discriminazione indiretta è caratterizzata dallo “svantaggio” del soggetto disabile rispetto al soggetto abile, ma l’accertamento di questa circostanza deve necessariamente riguardare la stretta connessione tra la condotta denunciata e lo svantaggio susseguente.

Va considerato, infatti, che spesso non sono il comportamento o la prassi a creare lo svantaggio, ma il fatto che non sia stata prevista una diversità di trattamento a favore dei disabili atta e necessaria per ristabilire l’uguaglianza ed evitare la discriminazione.

Con riguardo al caso in esame, va affermato che:

possono certamente rientrare nell’ambito della “discriminazione indiretta” ai sensi della L. n. 67 del 2006, art. 2, le barriere architettoniche ostacolanti l’accesso.

In proposito, la Suprema Corte ha anche affermato che:

l’esistenza di “ampia definizione legislativa e regolamentare di barriere architettoniche e di accessibilità rende la normativa sull’obbligo dell’eliminazione delle prime, e sul diritto alla seconda per le persone con disabilità, immediatamente precettiva ed idonea a far ritenere prive di qualsivoglia legittima giustificazione la discriminazione o la situazione di svantaggio in cui si vengano a trovare queste ultime”, consentendo loro “il ricorso alla tutela antidiscriminatoria, quando l’accessibilità sia impedita limitata” ciò, a prescindere, “dall’esistenza di una norma regolamentare apposita che attribuisca la qualificazione di barriera architettonica ad un determinato stato dei luoghi”

In altre parole, il diritto all’accessibilità dei luoghi, la cui negazione provoca discriminazione, non può essere sminuito da nessuna legittima giustificazione né dall’assenza di una norma apposita che serva ad inquadrare una tipologia di barriera architettonica.

La posizione del Comune nella concessione dei titoli edilizi potenzialmente discriminatori verso la disabilità

Infine, gli ermellini chiariscono che il soggetto discriminato che si ritenga danneggiato può chiedere al giudice il risarcimento del danno anche non patrimoniale e può chiedere che il giudice adotti ogni provvedimento idoneo secondo le circostanze a rimuovere gli effetti della discriminazione, compreso un piano di rimozione delle discriminazioni entro un termine.

Ma è anche vero che il soggetto discriminato deve fornire elementi fattuali che, anche se privi delle caratteristiche di gravità, precisione e concordanza, devono rendere plausibile l’esistenza della discriminazione, pur lasciando comunque un margine di incertezza in ordine alla sussistenza dei fatti costitutivi della fattispecie discriminatoria; il rischio della permanenza dell’incertezza grava sul convenuto, tenuto a provare l’insussistenza della discriminazione una volta che siano state dimostrate le circostanze di fatto idonee a lasciarla desumere.

Nel caso in esame la Corte d’Appello non risulta avere rettamente individuato gli elementi costitutivi della circostanza discriminatoria ascritta all’ente pubblico a titolo colposo e gli elementi sulla scorta dei quali aveva accolto la domanda risarcitoria.

Il ricorso è, quindi, parzialmente accolto.

 

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