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Annullamento del permesso di costruire oltre i termini: quando è possibile

Annullamento del permesso di costruire in autotutela oltre i termini

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Per l’annullamento in autotutela oltre i termini del PdC occorre dimostrare che il falso sia doloso o volontario. I chiarimenti del Tar Marche

L’annullamento in autotutela di un titolo edilizio è quel potere che esercita il Comune per correggere la propria decisione amministrativa che potrebbe, ad esempio, essere stata indotta in errore dalla malafede del privato. Ed è proprio sulla differenza che passa tra errore in malafede ed errore involontario che la sentenza n. 265/2023 del Tar Marche vuole sottolineare come una diversa causa può generare un diverso effetto alla base dei provvedimenti amministrativi atti a reprimere le irregolarità. Qui vale la pena ricordare che a monte di spiacevoli sorprese causate proprio da quegli atti amministrativi repressivi, inaspettati, ci potrebbe essere una inconsapevole ed errata scelta del titolo edilizio per la realizzazione di un’opera, divenuta in questo modo abusiva con gravi ripercussioni economiche e penali. Ma tutto ciò può essere scongiurato attraverso l’ausilio del software per i titoli abilitativi in edilizia che ti aiuta nella gestione dei molteplici moduli edilizi da compilare, presentare e successivamente archiviare.

Il progetto in errore e l’amministrazione poco attenta. Il caso di ingiusto annullamento del permesso di costruire oltre i termini

Il Comune trascorsi diversi mesi dal rilascio del permesso di costruire richiesto da privati per una ristrutturazione edilizia con ampliamento, decideva di annullarlo in autotutela a causa delle segnalazioni dei vicini contrari ai lavori.

In merito, l’amministrazione riscontrava delle presunte incongruenze volumetriche rispetto al progetto assentito.

I titolari del PdC annullato si opponevano con un ricorso al Tar, lamentando:

  • la violazione dell’art. 21-nonies, comma 1, della L. n. 241/1990 e s.m.i. in rapporto al termine massimo previsto dalla legge per l’annullamento in autotutela dei provvedimenti amministrativi e alla “ragionevolezza” del termine e cioè 12 mesi dal rilascio del provvedimento favorevole;
  • la circostanza che nel provvedimento del Comune non veniva in alcun modo richiamato il comma 2-bis dell’art. 21-nonies, il quale reca l’unica deroga al suddetto termine perentorio in base a false rappresentazioni dei fatti e dei luoghi.

Il distinguo del Tar Marche sulla falsa rappresentazione dei fatti: se non c’è dolo sussiste un concorso di colpa nella cattiva rappresentazione di fatti e luoghi

I giudici, sulla scorta di quanto emerso dalle indagini che hanno evidenziato degli errori di fondo riguardo ai dati a disposizione del tecnico progettista e sui quali quest’ultimo aveva redatto il progetto, spiegano che:

la falsa rappresentazione dei fatti, se da un lato non deve essere stata già accertata in sede penale, dall’altro deve essere addebitabile esclusivamente al dolo della parte privata e non anche alla colpa semplice o ad un errore scusabile.

Deve in sostanza sussistere l’elemento soggettivo affinché possa parlarsi di “false rappresentazione dei fatti”. Nel caso in esame, non solo c’è stato sicuramente un comportamento altamente fuorviante del Comune, ma è anche assente l’elemento soggettivo in capo ai ricorrenti risultati in buona fede, ossia il dolo inteso come chiara rappresentazione e consapevolezza della difformità dello stato dei luoghi rappresentato rispetto all’immobile originariamente autorizzato.

I giudici aggiungono che, a prescindere dal fatto che il comma 2-bis non viene espressamente richiamato nel provvedimento impugnato:

per potersi parlare di falsa rappresentazione dello stato dei luoghi, sarebbe stato necessario che la falsità non fosse evincibile dal progetto presentato al Comune ai fini del rilascio del titolo. In caso contrario si deve parlare quantomeno, per usare un linguaggio penalistico, di “un concorso di colpa” del Comune, concorso di colpa che però assorbe anche la colpa del privato, visto che il titolo viene rilasciato dall’amministrazione dopo aver verificato la sussistenza di tutti i presupposti di legge.

Insomma, l’amministrazione prima del rilascio del titolo edilizio, tenuta ad acquisire d’ufficio i documenti, le informazioni e i dati, compresi quelli catastali, che siano in possesso delle pubbliche amministrazioni, non avrebbe saputo leggere il progetto, non accorgendosi di quell’errore di fondo che aveva causato la cattiva rappresentazione, scaturita da una diversa interpretazione del tecnico delle norme urbanistiche ed edilizie e non certo da “falsità” (consapevole) della rappresentazione dello stato dei luoghi. Pertanto, se il Comune si fosse accorto diligentemente degli errori a base del progetto, sarebbe stato ben possibile segnalare tali errori al progettista in modo che egli avesse potuto provvedere ad apportare le dovute modifiche, onde rendere approvabile l’intervento.

Il ricorso è, quindi, accolto.

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Per maggiore approfondimento, leggi anche questo articolo di BibLus-net: “SCIA, nessun limite di tempo per l’annullamento

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Scarica lo schema del procedimento di rilascio del permesso di costruire.

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