Abilitazione architetti ed ingegneri: in 15 anni dimezzati il numero degli abilitati

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Il centro studi CNI fornisce un quadro completo delle abilitazioni di ingegneri ed architetti negli ultimi anni. Continua il calo del numero di abilitati

Il centro studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI) ha pubblicato i dati dell’osservatorio sugli esami di abilitazione svolti nell’anno 2019 per le professioni di architetto ed ingegnere.

Ingegneri

A 20 anni dall’entrata in vigore del dpr 328/01 che ha rivoluzionato la struttura degli Albi professionali e le modalità di accesso ad essi, si può affermare che il primo effetto prodotto è stato quello di limitare progressivamente la propensione dei laureati in ingegneria ad iscriversi all’Albo.

Gli oltre 20.000 abilitati che si registravano nei primi anni 2000 sembrano ormai un risultato inarrivabile e, per il momento, irripetibile, dal momento che, in base ai dati raccolti dal Centro studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, il numero di abilitati nel 2019 non arriva nemmeno a 8.000 ingegneri.

E questo, nonostante il numero dei laureati continui ad aumentare e i corsi di laurea ingegneristici risultino al vertice per numero di studenti iscritti.

Immagine a colori che mostra un grafico relativo agli abilitati in ingegneria tra il 2002 e il 2019

Abilitati in ingegneria 2002/2019 – Fonte CNI –

Fatto sta che solo il 28,8% dei laureati consegue l’abilitazione professionale per l’accesso alla Sezione A dell’Albo. Praticamente sconosciuta l’opzione “abilitazione professionale” tra i laureati di primo livello, visto che coloro che si abilitano per la professione di ingegnere iunior non arrivano nemmeno al 2%.

A rendere il quadro ancor più preoccupante in ottica ordinistica è che tra coloro che si sono abilitati, solo una piccola parte si iscrive effettivamente all’Albo. I dati a disposizione indicano infatti che tra i quasi 8.000 abilitati per la professione di ingegnere nel 2019, solo 3.500 si sono iscritti all’Albo.

Il calo d’interesse nell’ingegneria civile

Occorre sottolineare che nel progressivo ridimensionamento del numero di abilitati e di iscritti all’Albo incide anche il calo di interesse verso le discipline dell’ingegneria civile e dell’architettura.

Immagine a colori che mostra un grafico a torta relativo alla distribuzione nei relativi settori degli abilitati in ingegneria nel 2019

Distribuzione abilitati ingegneria nel 2019 – Fonte CNI –

Va infatti ricordato che già da diversi anni il numero di immatricolati ai corsi di ingegneria del ramo civile è in progressivo calo, al contrario di ciò che accade negli indirizzi industriali e dell’informazione; va da sé che il numero di iscrizioni all’Albo, inteso ormai come una prerogativa quasi esclusiva degli ingegneri civili, sia di conseguenza in progressivo calo.

Basti pensare che poco meno del 60% delle abilitazioni per la professione di Ingegnere e addirittura il 73,2% di quelle per la professione di Ingegnere iunior attengono proprio al settore civile ed ambientale.

Architetti

Il processo di distacco dall’Albo professionale non riguarda solo gli ingegneri, ma sembra coinvolgere anche altre professioni: tra gli Architetti ad esempio, il numero di abilitati nel corso degli ultimi 20 anni si è praticamente dimezzato, tanto che nel 2019 hanno superato l’Esame di Stato poco più di 3.600 architetti, laddove nel 2003 superavano i 7.000.

Il quadro sarebbe in realtà ancora più negativo se il tasso di successo alle prove di esame non fosse contemporaneamente aumentato negli ultimi anni: i quasi 6.000 candidati del 2019 corrispondono infatti solo al 40% dei quasi 15.000 candidati registrati nel 2006, a confermare il calo di interesse verso le discipline attinenti all’ingegneria civile e all’architettura.

Immagine a colori che mostra un grafico relativo ai candidati all'abilitazione di architetto tra il 2003 e il 2019

Candidati all’abilitazione di architetto 2003/2019 – Fonte CNI –

Ad ogni modo, nel 2019 hanno superato le prove dell’Esame di Stato per l’abilitazione alla professione di Architetto, Conservatore dei beni architettonici ed ambientali, Paesaggista e pianificatore territoriale (e relative figure iuniores laddove esistenti) 3.616 laureati contro i 4.104 laureati del 2018.

Analizzando i dati più nel dettaglio, hanno conseguito il titolo abilitante, nel 2019, 3.251 Architetti, 171 Architetti iuniores, 134 Pianificatori, 12 Pianificatori iuniores, 44 Paesaggisti e appena 4 Conservatori dei beni architettonici e ambientali.

 

Clicca qui per scaricare il rapporto CNI

 

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6 commenti
  1. Tornatora Antonino
    Tornatora Antonino dice:

    Buonasera a tutti , il mio modestissimo parere , sarebbe la seguente : una volta laureati in Ingegneria e architettura , tanti anni di studi , esami, lavori effettuati ecc… dovrebbe bastare , nel senso che, l’abilitazione dovrebbe essere sul campo del lavoro , senza effettuare ulteriori esami, che per una domanda verrai bocciato , magari in quel momento non te la ricordi, o per timidezza , o per panico o per tantissimi motivi , riprova fra sei mesi o un anno , eccc … Secondo mè, non ci sarebbe bisogno di esami di abilitazione, una volta che si è laureati , si potrebbe passare direttamente all’iscrizione all’albo e praticare la professione .
    Questo è uno dei motivi principali , che dopo laureati, non si fà l’abilitazione perchè è troppo dura. e quindi non continua nessuno .

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  2. Antonino Milana
    Antonino Milana dice:

    Non c’è tanto da meravigliarsi, quando ci si scrive all’Albo, anche se non hai lavoro, anche se il lavoro diminuisce e quindi anche le entrate, il versamento dei minimi alla cassa è da fare. Considerando l’entità delle tasse, delle spese e dei contributi non rimane niente ed in taluni casi si arriva in negativo. Se i nostri amministratori di inarcassa, invece di aprire la sede a Dubai e chissà dove altro diminuissero consistentemente i minimi forse sarebbe un po’ meno penalizzante iscriversi. Io conosco colleghi giovani che si sono fatti due conti ed hanno rinunciato, vanno ad insegnare, nelle amministrazioni pubbliche con stipendio fisso, senza rischi, niente studio e spese relative, niente di niente e la notte possono dormire senza temere l’imprevisto che incombe su chiunque faccia la professione. Senza minimi tariffari con sempre nuove leggi e regolamenti nazionali, regionali, provinciali, comunali, dell’Asl. dei vigili del fuoco e magari ho dimenticato qualcuno, non si può andare avanti. Hanno fatto i cosiddetti testi unici ma hanno lasciate vigenti le vecchie leggi. Basta cosi, I nostri governanti pensano che i professionisti sono dei somari su cui caricare oltre modo oneri di ogni specia, pensano che abbiamo resistenza senza limiti. I diagrammi che ho visto da voi prodotti dicono il contrario.

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    • Mauro
      Mauro dice:

      Sono perfettamente d’accordo con Antonino. Ha descritto perfettamente quella che è la situazione dei liberi professionisti. Io lo sono dal 1988 ed ho praticamente abbandonato. Come si fa a stare in piedi economicamente essendo tartassati dalla mattina alla sera con le tasse, gli oneri, i corsi obbligatori, le leggi che cambiano ogni due per tre e lasciano nella incertezza totale il professionista. Le leggi sono troppe e troppe volte in contrasto e sono sempre oggetto di interpretazione. Per questo dobbiamo spendere sempre di più per assicurazioni. Con la liberalizzazione del buon Bersani poi, le tariffe oggi sono ridicole perché chi si mette sul mercato oggi non ha altro strumento che di lavorare praticamente “a gratis” o “in perdita” per enti pubblici e privati, per potersi fare un nome e partire e rovinando di conseguenza il mercato dei professionisti. Non parliamo dei mancati pagamenti di privati ed enti pubblici, della durata infinita di qualsiasi pratica suddivisa in infiniti lotti ed acconti, costringendo oramai qualsiasi professionista a lavorare con alti costi fissi come una segretaria, un avvocato ed un commercialista. Io ho avuto una passione infinita per il mio lavoro, ma sinceramente mi è un pò passata.
      Se ai problemi della professione ed al moltiplicarsi delle responsabilità si aggiungono anche quelli di un reddito sempre più basso, il gioco non vale veramente più la candela. Meglio insegnare o lavorare per terzi e dormire la notte. Ringrazio il cielo di non essere un giovane libero professionista che si mette sul mercato adesso: bisogna essere un pò sadici per farlo.

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  3. Andrea
    Andrea dice:

    L’esame di abilitazione è uno dei più complessi che ci sono in Italia e già solo questo scoraggia i laureati a sostenerlo. Scommetto che gli esami del 2020 hanno avuto un rimbalzo.
    Per quanto riguarda invece l’iscrizione all’ordine, ormai la divisione provinciale è anacronistica e comporta costi elevati. Io da dipendente dovrei pagare minimo 220€ all’anno più tutti i soldi della formazione senza avere alcun tipo di servizio in cambio.
    Infine la formazione fatta ad uso e consumo esclusivo del settore civile. E gli altri settori?

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  4. CESARE
    CESARE dice:

    Buongiorno, sono un ingegnere in pensione che sta continuando ad esercitare la professione. Il mio parere è che i giovani ingegneri neoiscritti, per almeno 10 anni, considerata la situazione attuale, dovrebbero contribuire in base al fatturato dichiarato e non pagare l’iscrizione agli Albi. L’aliquota previdenziale andrebbe ridotta in modo sostanziale per tutti gli iscritti, andrebbe eliminato il contributo soggettivo. Per ultimo occorre modificare l’accesso ai lavori pubblici. Anche per piccoli incarichi professionali, le Amministrazioni pubbliche indicono gare, quasi sempre vinte da grossi studi che se le aggiudicano facendo ribassi superiori al 50% e dove i piccoli studi ed ancor peggio i giovani professionisti non possono partecipare non potendo vantare un curriculum idoneo.

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  5. Marco Manaresi architetto
    Marco Manaresi architetto dice:

    Ritengo che il problema della diminuzione degli iscritti dipenda da una serie di motivazioni solo in minima parte espresse nei commenti pubblicati in questo sito.
    Il vero problema è che l’attività del libero professionista nel mondo dell’edilizia non è più remunerativa, per cui i giovani ovviamente scelgono altre strade.
    Le cause principali sono a mio parere imputabili, oltre che alla crisi che dal 2009 attanaglia il mondo dell’edilizia, ad una serie di errori che negli ultimi due decenni, politica e magistratura hanno commesso nei confronti dei liberi professionisti Architetti e Ingegneri, svilendone la professione.
    Tra le principali cause:
    – incapacità da parte della politica di ridurre la burocrazia e conseguente addossamento delle responsabilità sui liberi professionisti, in particolare per quanto riguarda il rispetto delle normative vigenti, spesso contraddittorie tra loro e/o soggette ad interpretazioni.
    – sentenze da parte della Magistratura che parificano la responsabilità del Direttore dei Lavori a quella dell’impresa esecutrice dei lavori, in particolar modo in caso di fallimento dell’impresa dove la D.L. può essere condannata addirittura in Solido.
    – eliminazione dei minimi tariffari (legge Bersani) il cui unico risultato è stato quello di agevolare quei tecnici irresponsabili che a fronte di parcelle ridicole forniscono prestazioni ridicole (direzioni lavori eseguite senza sopralluoghi, totale mancanza di ricerca architettonica nelle progettazioni, ecc…)

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