Tettoia abusiva, si può accedere al fascicolo edilizio di altri per verificare la parità di trattamento?

In merito a un caso di tettoia abusiva, il CdS ha stabilito che è possibile accedere al fascicolo edilizio di un proprio concittadino per la tutela dei propri interessi se esistono elementi di similitudine tra le posizioni

E’ quanto emerge dalla sentenza n.2158 del 9 aprile 2018, con cui il Consiglio di Stato ha dato ragione ad un Comune che ha riconosciuto al destinatario di un ordine di demolizione, emesso a seguito della realizzazione di una tettoia abusiva, un interesse differenziato, diretto, concreto e attuale a conoscere gli atti e ad avere le informazioni richieste.

Il caso

Il proprietario di un immobile sito in un’area vincolata in un Comune della provincia di Napoli (signor A) ha realizzato in maniera abusiva una tettoia aperta su tre lati. Il Comune, accertato l’abuso, ha applicato una sanzione pecuniaria, trasformata poi in ordine di demolizione.

Il signor A decide di difendersi chiedendo accesso al fascicolo edilizio di un suo concittadino, il signor B.

Il motivo della particolare richiesta risiede nel fatto che il signor B è titolare di una posizione analoga a quella del ricorrente: proprietario di un immobile nel medesimo comune, anche se distante dal fabbricato del signor A una decina di chilometri, aveva realizzato anche lui (probabilmente in maniera abusiva) più tettoie con pilastri in muratura.

Il signor B, considerando un’ingerenza la richiesta del signor A, si oppone alla richiesta e diffida il comune dal concedere l’accesso agli atti del proprio fascicolo edilizio.

Il Comune rimane inerte, dando inizio ad una vera e propria querelle giudiziaria: il signor B ricorreva alla giustizia amministrativa, con lo scopo di far dichiarare illegittimo il silenzio prestato dall’amministrazione comunale.

La prima sentenza del Tar

Il Tar accoglieva il ricorso del signor B, considerando l’esistenza di una situazione di inerzia e, quindi, del corrispondente interesse ad agire ai sensi dell’art. 117 del c.p.a.; riteneva inoltre l’inerzia del comune giuridicamente apprezzabile in quanto pregiudizievole della posizione legittimante del privato.

I giudici amministrativi quindi riconoscevano la sussistenza, in capo al comune, del dovere di concludere il procedimento mediante l’adozione di un provvedimento espresso, fissando il termine in 30 giorni.

La risposta del Comune

Nel corso del procedimento amministrativo, il signor A ripresentava istanza per accedere agli atti relativi al fascicolo edilizio del signor B, questa volta qualificando la richiesta come ‘richiesta di informazioni ambientali’.

Il Comune concludeva il procedimento nei termini richiesti dal giudice amministrativo e, con riferimento alla legge n. 241/1900 sulle norme sul procedimento amministrativo e al d.lgs. n. 195/2005 sull’accesso del pubblico all’informazione ambientale, considerava ammissibili le richieste del signor A.

Il responsabile del settore tecnico competente ha ritenuto legittimo concedere l’accesso agli atti in quanto, trattandosi di materia paesaggistico-ambientale, l’interesse a conoscere i documenti amministrativi è bene della vita autonomo. E questo anche non sussistendo vicinanza tra gli immobili.

Il responsabile ha pertanto ritenuto essere sufficiente una generica richiesta di informazioni da parte di chiunque, per obbligare l’Amministrazione ad accordare l’accesso alle informazioni relative all’ambiente e garantire la massima trasparenza.

Ha ritenuto inoltre l’interesse da parte del signor A a conoscere cosa sia avvenuto in una situazione analoga alla sua diretto, concreto e attuale.

Verso tale decisione il signor B ricorre nuovamente al Tar per chiedere l’annullamento del provvedimento che autorizza il signor A ad accedere al proprio fascicolo; in assenza del requisito della “vicinitas”, mancherebbe un interesse attuale e concreto all’esercizio del diritto di accesso agli atti.

La nuova sentenza del Tar

Il Tar accoglie il ricorso del signor B.

I giudici amministrativi hanno evidenziato anzitutto che l’interesse del signor A a conoscere cosa sia avvenuto in altra situazione analoga, e cioè quale comportamento sia stato assunto dal Comune, in generale non può essere qualificato come un interesse differenziato.

Nel rilevare che non sono ammissibili istanze volte ad un controllo generalizzato sull’attività della P.A., i giudici hanno ritenuto che il signor A, “nell’affermare di voler verificare che il comune abbia improntato la propria attività a criteri di imparzialità e coerenza, ha perseguito un’inammissibile finalità di controllo generalizzato estranea all’istituto in esame“.

Inoltre, sempre secondo i giudici del Tar, il signor A non avrebbe specificato le ragioni per le quali avrebbe ritenuto che gli atti richiesti fossero indispensabili, o anche solo utili, alla tutela della sue esigenze difensive.

Infine il Tar considera che il fatto che l’immobile ricada in area paesaggistica vincolata non sia sufficiente a qualificare le informazioni richieste come ‘informazioni ambientali’ (per cui la legge d.lgs. n.195/2005 riconosce diritto di accesso alle informazioni).

Quindi secondo il Tar:

  1. la norma si applica solo ed esclusivamente nei confronti delle informazioni relative allo «stato dell’ambiente (aria, sottosuolo, siti naturali, ecc.) ed ai fattori che possono incidere sull’ambiente (sostanze, energie, rumori, radiazioni, emissioni), sulla salute e sulla sicurezza umana, con esclusione quindi di tutti i fatti e i documenti che non abbiano, come nella fattispecie, un rilievo ambientale
  2. la circostanza che il diritto riconosca ai cittadini la facoltà di accedere alle ‘informazioni ambientali’ non esclude che l’istanza di accesso debba comunque essere motivata esplicitando le ragioni che rendono necessario l’esercizio del diritto

Il Comune, nel ricordare i provvedimenti (pecuniario prima e demolitorio poi) emessi nei confronti del signor A, impugna la sentenza appellandosi al Consiglio di Stato, riconoscendo al signor A una titolarità di diritto attuale e concreta che lo legittimerebbe all’esercizio del diritto di accesso agli atti di un suo concittadino per la difesa dei suoi interessi giuridici.

La sentenza del Consiglio di Stato

I giudici di Palazzo Spada accolgono l’appello.

Essi considerano legittimo l’accesso difensivo agli atti e considerano che non viene esercitato il controllo sull’attività della PA.

Secondo il CdS va accolto il motivo con il quale il Comune ritiene sussistere, in capo al signor A, un interesse differenziato, diretto, concreto e attuale a conoscere gli atti e ad avere le informazioni richieste, tenuto conto degli elementi di somiglianza esistenti tra le situazioni e avuto riguardo alla esistenza di un interesse di natura anche ‘difensiva’ collegato ai documenti e alle informazioni domandate.

I giudici richiamano la legge n. 241/1990 in materia di ‘norme sul procedimento amministrativo’, e nello specifico l’articolo 24 comma 7 il quale prevede che “deve comunque essere garantito ai richiedenti l’accesso ai documenti amministrativi la cui conoscenza sia necessaria per curare o per difendere i propri interessi giuridici“, fatte salve le limitazioni nel caso di documenti contenenti dati sensibili e giudiziari.

In sostanza quindi il legislatore, nel bilanciamento delle contrapposte esigenze delle parti interessate (diritto di accesso e di difesa e cura dei propri interessi da parte e diritto di riservatezza dei terzi dall’altro) ha dato prevalenza al diritto di accesso alle informazioni.

Inoltre il signor A non chiede di poter accedere agli atti per effettuare un controllo (illegittimo) sull’attività dell’amministrazione ma, più semplicemente, chiede di esercitare il diritto di accesso allo scopo di poter tutelare la propria posizione giuridica.

 

Clicca qui per scaricare la Sentenza del Consiglio di Stato n. 2158 del 9 aprile 2018

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