Cosa si intende per inizio lavori in edilizia? La sentenza del CdS

Il Consiglio di Stato ha chiarito che l’inizio lavori deve intendersi riferito a concreti lavori edilizi che possono desumersi dagli indizi rilevati sul posto

Confermando una consolidata giurisprudenza in merito, con la sentenza n. 467/2018 dello scorso 24 gennaio, la quarta sezione del Consiglio di Stato ha ricordato che “l’inizio lavori deve intendersi riferito a concreti lavori edilizi che possono desumersi dagli indizi rilevati sul posto”.

Ciò significa che, ai sensi dell’art.15 c.2 del dpr 380/2001i lavori debbono ritenersi iniziati quando consistano nel concentramento di mezzi e di uomini, cioè nell’impianto del cantiere, nell’innalzamento di elementi portanti, nella elevazione di muri e nella esecuzione di scavi preordinati al gettito delle fondazioni del costruendo edificio per evitare che il termine di decadenza del permesso possa essere eluso con ricorso ad interventi fittizi e simbolici.

I massimi giudici amministrativi hanno inoltre fatto presente che “la decadenza del titolo edilizio è effetto legale del verificarsi del relativo presupposto, ovvero del decorso del termine di inizio e di ultimazione dei lavori, sì che il provvedimento comunale sul punto è meramente dichiarativo”.

Il caso

Il signor X invocava l’annullamento del permesso di costruire, rilasciato alla società S da un Comune in provincia di Cuneo, per la ristrutturazione “interna, totale ed in sopraelevazione” di un edificio sito nel medesimo Comune.

Su questa istanza, il Comune confermava la legittimità del provvedimento.

Il signor X decideva quindi di ricorrere al Tar, chiedendo l’annullamento del permesso di costruire, del provvedimento del Comune con cui questo permesso veniva confermato, di tutti gli atti connessi al relativo procedimento, degli articoli del PRG comunale in cui si disciplinano queste tipologie di interventi, in particolare nella parte che consente incrementi volumetrici.

Inoltre, proponeva ricorso per accertare la decadenza del permesso di costruire e della comunicazione del comune che, in merito a ciò, confermava il rispetto delle disposizioni.

Il Tar Piemonte riteneva fondato il motivo del ricorso in merito alla decadenza del titolo abilitativo, in quanto esso era da ritenersi decaduto per decorsi termini.

Di conseguenza lo stesso tribunale non procedeva oltre, relativamente al primo oggetto del ricorso, per ‘sopravvenuto difetto di interesse’.

Contro tale sentenza ricorrevano al Consiglio di Stato il Comune e la società S.

Il ricorso in appello

Il ricorso in appello della società S verte in special modo sulla particolarità dell’edificio e della tipologia di lavori a farsi.

La società S, infatti, lamenta che i giudici amministrativi di primo grado non abbiano tenuto in debito conto che “l’intervento edilizio ha ad oggetto un complesso edilizio, da ultimo destinato a sala cinematografica, di notevoli dimensioni situato nel centro storico della città, risalente al 1700. Il progetto sarebbe stato elaborato secondo un indirizzo che prevedrebbe il mantenimento di tutte le strutture perimetrali esterne, pertanto le lavorazioni iniziali poste in essere non sarebbero riducibili alla mera ripulitura del sito ed approntamento del cantiere, dal momento che rappresentano parte essenziale dell’intervento e denoterebbero il serio e comprovato intento di esercitare il diritto di edificare”.

E che inoltre la mancanza nelle foto “prodotte dall’originario ricorrente di macchinari e attrezzature per lo scarico di inerti non deve trarre in errore in quanto raffigura l’esterno e non l’interno del cantiere“, ove di fatto, sempre secondo la società S, si starebbero conducendo i lavori.

La sentenza

Secondo i giudici di Palazzo Spada entrambi gli appelli devono essere respinti. Come detto, il Consiglio ha chiarito che l’inizio lavori, ai sensi dell’art. 15 comma 2 dpr 380/2001, deve intendersi riferito a concreti lavori edilizi che possono desumersi dagli indizi rilevati sul posto.

Nella fattispecie in esame la documentazione agli atti sostiene la tesi che alla data del 17 maggio 2011 (il permesso di costruire ha data 17 maggio 2010) i lavori non fossero stati in concreto iniziati.

A questa conclusione i giudici del CdS giungono attraverso un raffronto dei luoghi sulla base delle foto prodotte in primo grado dalle parti, dalle quali si evince che a quella data non vi fosse alcuna significativa attività edilizia in corso, pur a fronte delle particolarità urbanistiche della zona, per l’assenza di qualsivoglia tipo di macchinario o di strumentazione all’uopo necessaria o di qualsivoglia traccia di attività edilizia in corso.

Ma anche sulla scorta del verbale del sopralluogo dei tecnici comunali, in quanto questo attesta unicamente lo stato dei luoghi al 30 maggio 2011 (comunque dopo la data di decadenza del titolo abilitativo), ma non consente di ritenere che il verbale contenesse lavori che non potessero essere realizzati tra la data di decadenza del permesso e la data di redazione del verbale.

 

Clicca qui per scaricare la sentenza del Consiglio di Stato n. 467/2018

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