Obbligo di adozione del BIM, capitolati informativi e formati di interscambio. Le prime osservazioni al decreto BIM

Il decreto BIM è in inchiesta pubblica. Ecco le prime osservazioni su obbligo di adozione del BIM, capitolati informativi e formati di interscambio

Il periodo di inchiesta pubblica a cui il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT) ha deciso di sottoporre lo schema di Decreto BIM è ormai giunto al giro di boa. Pubblicato, infatti, il 19 giugno sul sito del Formez, il testo del Decreto sarà disponibile per commenti ed osservazioni solo sino al prossimo 3 luglio.

Al momento della stesura di queste note, sulla pagina web citata in precedenza sono state pubblicate circa un centinaio di osservazioni, molte delle quali di assoluto interesse, che certamente contribuiranno al dilatarsi del dibattito nazionale sull’introduzione della metodologia BIM nel settore delle costruzioni.

Gli aspetti che hanno attratto il maggior numero di annotazioni sono i seguenti:

  • i tempi per l’entrata in vigore degli obblighi di adozione da parte delle stazioni appaltanti
  • gli adempimenti che esse devono soddisfare per poter appaltare gare in BIM
  • l’utilizzo o meno di formati non proprietari per lo scambio delle informazioni digitali e l’introduzione del capitolato con i requisiti infomativi tra i documenti di gara

Tempi per l’obbligo di adozione del BIM

Relativamente agli step temporali per l’entrata in vigore dell’obbligatorietà dell’adozione del BIM nelle opere pubbliche, gli “scalini” inizialmente previsti (secondo le indiscrezioni diffuse nel corso dello scorso mese di marzo) erano 3, ma nella stesura finale del testo pubblicato sono diventati 6.

In particolare, l’art. 6 prevede che le stazioni appaltanti richiedano, in via obbligatoria, l’uso del BIM secondo la seguente tempistica:

  1. per i lavori complessi relativi a opere di importo a base di gara pari o superiore a 100 milioni di euro, a decorrere dal 1° gennaio 2019
  2. per i lavori complessi relativi a opere di importo a base di gara pari o superiore a 50 milioni di a decorrere dal 1° gennaio 2020
  3. per i lavori complessi relativi a opere di importo a base di gara pari o superiore a 15 milioni di euro a decorrere dal 1° gennaio 2021
  4. per le opere di importo a base di gara pari o superiore alla soglia di cui all’articolo 35 del codice dei contratti pubblici, a decorrere dal 1° gennaio 2022
  5. per le opere di importo a base di gara pari o superiore a 1 milione di euro, a decorrere dal 1° gennaio 2023
  6. per le nuove opere di importo a base di gara inferiore a 1 milione di euro, a decorrere dal 1° gennaio 2025

Questa scelta (il passaggio da 3 a 6 step temporali) ha prodotto, come inevitabile conseguenza, un dilatarsi dei tempi di piena adozione della metodologia BIM, dando il senso di una trasformazione non urgente e, dunque, non inevitabile o non ulteriormente procrastinabile.

Lo stesso messaggio sembra giungere dalla scelta di distanziare gli step di progressiva introduzione dell’obbligo di adozione del BIM di 12 mesi l’uno dall’altro, tranne l’ultimo, per il quale la distanza temporale è stata fissata  in 24 mesi.

Ma l’ultimo  “scaglione” è relativo alle opere di importo più basso (inferiore a un milione di euro) e, quindi, alla maggioranza delle opere pubbliche più comuni. Per queste ultime, allora, l’obbligo dell’adozione del BIM scatterebbe dal 1 gennaio 2015, ossia tra ben 8 anni!

Un arco temporale forse eccessivo guardando i nostri competitor internazionali, ma anche considerando la diffusa l’italica abitudine di ritardare la propria operatività nel rispondere ad adempimenti prescritti se non  quando questi ultimi siano ormai imminenti.

Regime sanzionatorio

Anche un’altra scelta effettuata dal testo normativo desta qualche perplessità: l’assenza di qualsiasi regime sanzionatorio.

L’impianto normativo prevede l’introduzione di obblighi, adempimenti ottemperare, tempi di adozione diversificati, ma in alcun punto del testo è presente il benché minimo riferimento a sanzioni per il  caso di mancato rispetto di quanto prescritto.

E una scelta di questo tipo, come noto, comporta una “perdita di forza” di qualsiasi testo normativo.

Capitolo informativo dell’opera

Al capitolato informativo dell’opera è stato riservato l’articolo 7, presentato nella relazione di accompagnamento come “ il nucleo fondante del provvedimento”. Su questo articolo diversi sono stati i rilievi sollevati, incentratisi principalmente su due aspetti legati al capitolato informativo.

Il capitolato informativo sembra essere concepito come una sezione o un allegato del capitolato previsto dal Codice Appalti e non come un documento indipendente, così come è concepito in numerosi paesi tra cui la Gran Bretagna, in cui prende il nome di Employer’s Information Requirement (EIR).

La formulazione dei suoi contenuti, inoltre, appare eccessivamente sintetica e generica, per un documento dalla vocazione fortemente operativa e destinato a informare fortemente tutta l’opera a realizzarsi.

Qui, allora, come già in altri punti del testo, appare più evidente la necessità di un rimando a linee guida o ad una norma tecnica, quale è certamente la UNI 11337 che diffusamente ha trattato del Capitolato Informativo, predisponendone anche un esempio guidato.

Formati da adottare per l’interscambio

L’aspetto di maggiore interesse per gli stakeholder ha riguardato, come era prevedibile, se le stazioni appaltanti debbano utilizzare “formati aperti non proprietari” (come IFC, xml, csv, ecc) in via esclusiva, o possa sussistere la possibilità di un loro affiancamento con formati proprietari.

Il motivo profondo della discussione che si è generata sul web al riguardo deve probabilmente essere visto nella differente valutazione circa i formati aperti non proprietari, cioè se essi siano o meno in grado di supportare operativamente gli attori della filiera, consentendo efficacemente il trasferimento delle informazioni necessarie.

È, infatti, notorio come, nel passaggio verso formati aperti non proprietari, delle informazioni vadano comunque perdute.

Ma l’eventuale necessità di miglioramenti non può distogliere dall’importanza del rispetto del  fondamentale principio della libera concorrenza, cosa che si ottiene proprio attraverso l’utilizzazione di formati non proprietari.

D’altronde, anche sotto l’aspetto esclusivamente tecnico, i formati proprietari non sono esenti da criticità. Infatti un file in formato proprietario è legato strettamente al software e alla versione di esso che lo ha generato e, dunque, è destinato a divenire obsoleto o inutilizzabile nel breve volgere di qualche anno.

Consentire la compresenza anche del formato proprietario, si rileva possa significare offrire una semplice scorciatoia che, inesorabilmente finirebbe col divenire l’unica reale prassi operativa.

Un ultimo aspetto evidenziato da numerose osservazioni è quello relativo all’articolo 3, dove si individuano adempimenti preliminari per le stazioni appaltanti, quali corsi di formazione per il proprio personale, o acquisto e manutenzione di software e hardware adeguati all’introduzione del BIM, ecc.

Nel testo dell’articolo si legge che le stazioni appaltanti possano dotarsi di quanto sopra “anche a titolo non oneroso”.

Ora dato per acclarato che un testo di legge normalmente possa prevedere l’autorizzazione alla spesa per la soddisfazione di un adempimento o, all’opposto, la sua negazione (spesso leggiamo la declaratoria: “senza oneri aggiuntivi a carico dello Stato”), non si capisce perché mai il testo del Decreto contenga invece una dicitura che concede il permesso ad effettuare un adempimento non oneroso: risparmiare dovrebbe essere un tacito obiettivo da perseguire sempre, e non certamente qualcosa da autorizzare!

Si è portati, perciò, a ritenere che tale dicitura sia un errore tipografico, e che si volesse autorizzare, all’opposto da quanto poi è risultato nella stesura finale, le stazioni appaltanti a sostenere le spese necessarie alla formazione e alla dotazione di hardware e software. Vale a dire potrebbe ipotizzarsi che nell’articolo sia stato aggiunto un “non” di troppo e che il testo effettivo sarebbe dovuto essere “anche a titolo oneroso”.

L’impressione generale che si trae dalla lettura delle tante osservazioni postate è che esse sembrano rilevare una certa indeterminatezza del decreto per ciò che concerne gli aspetti tecnici operativi.

Infatti, senza voler entrare nel merito se un decreto ministeriale debba o meno contenere indicazioni operative, l’assenza di qualsiasi riferimento alle norme UNI 11337 od anche semplicemente a eventuali linee guida da pubblicarsi ad opera di un qualsiasi ente della pubblica amministrazione, appare come una scelta “minimalista” non in grado di guidare gli operatori del comparto nella transizione verso un’innovazione tanto radicale quale è quella del BIM.

 

Clicca qui per conoscere Edificius, il software ACCA per la progettazione architettonica BIM