Come adottare il BIM in uno studio professionale

Building Information Modeling: come adottare il BIM in uno studio professionale o in una organizzazione

Cosa significa adottare il BIM in uno studio professionale o in una organizzazione?

Negli ambiti professionali dell’industria delle costruzioni italiana è oggi facilmente riscontrabile un interesse e un consenso ampio e diffuso nei confronti del Building Information Modeling.

Gli eventi sul tema (seminari, convegni, corsi di formazione, ecc.), che sempre più numerosi e frequenti si susseguono sull’intero territorio nazionale, sono certamente espressione di questa crescente attenzione verso il BIM.

La consapevolezza di cosa esso effettivamente sia, così come delle modalità per la sua implementazione all’interno di una organizzazione (studio professionale, impresa, stazione appaltante, ecc.) non appare, tuttavia, aver raggiunto ancora un sufficiente grado di maturità.

Conseguentemente anche il diffuso consenso sulla “convenienza” del BIM appare essere assunto più pregiudizialmente (cioè legato a consuetudini e modi di dire) che non fondato su argomentazioni documentate.

Da dove nasce, allora, questa fiducia (speranza?) nei confronti di una metodologia ancora non del tutto conosciuta?

La diffusa presa di coscienza tra gli attori del settore della sua scarsa efficienza e la necessità di innovarne tecnologicamente e proceduralmente i processi produttivi, ha rappresentato certamente uno dei principali motivi di interesse nei confronti del BIM.
La digitalizzazione del comparto, dal punto di vista tecnologico, e la correlata razionalizzazione della filiera produttiva, dal punto di vista procedurale, appaiono oggi sempre più come una necessità per una vera ripresa del settore.
E il BIM è diventato, nell’immaginario collettivo degli attori del mondo delle costruzioni, espressione sintetica di tale innovazione.

Operativamente, però, questo interesse si è tradotto principalmente nell’approvvigionamento di software aggiornati (cosiddetti software BIM oriented), e nella formazione al loro utilizzo. E probabilmente ciò ha avuto il merito di proiettarci verso questo nuovo scenario: ma l’utilizzo di strumenti digitali in processi tradizionali (analogici) non consente evidentemente di cogliere appieno i reali aspetti innovativi della metodologia BIM.

Figura 1 – Un software di authoring BIM architettonico: Edificius

Figura 1 – Un software di authoring BIM architettonico: Edificius

Building Information Modeling: cosa conta davvero

Lo spirito collaborativo e integrato proprio del BIM trova la sua composizione principalmente nell’ambiente di dati comune che evidentemente sopravanza di gran lunga la sola creazione di modelli digitali.
Un ambiente comune che costituisca l’unica sorgente di informazioni aggiornate e controllate, in cui sia garantito e governato il coordinamento del flusso informativo, attraverso procedure che consentano un approccio collaborativo al lavoro, individuando al contempo funzioni, ruoli e responsabilità.

Figura 2 – Ambiente di dati comune nella PAS 1192-2

Figura 2 – Ambiente di dati comune nella PAS 1192-2

E non appaia questo come utopistico o, peggio, un appesantimento a modalità di lavoro consolidate, solo apparentemente più veloci e funzionali.
Casi di professionisti associati che, residenti in località distinte, collaborano utilizzando il cloud per mettere in comune informazioni (documenti, elaborati di progetto, foto, ecc.) avendo cura di individuare preventivamente chi tra di essi sia chiamato a “governare” tale spazio comune (controllo sulla versione dei file, cronologia, assegnazione dei compiti, tempistica, messaggistica), sono sempre più frequenti e danno il senso di quanto la “mentalità” BIM non sia poi così lontana da ciascuno di noi, perché rispondente a necessità ed esigenze reali.

Dunque “efficientare” il processo: a questo, spesso tacitamente, tutti cercano risposta.
E questo, a nostro avviso, suggerisce un’altra modalità di “conoscere” che cosa sia effettivamente il BIM e iniziare ad implementarlo nelle nostre realtà professionali.

Adottare il BIM in uno studio professionale o in una organizzazione : una ipotesi metodologica

Il primo e più importante aspetto è proprio quello della gestione del flusso informativo e del suo coordinamento che richiede di esplicitare, dell’intero processo e di ogni suo singolo step, chi siano i “clienti” e chi i “fornitori”. Dunque, con un approccio non dissimile alla gestione della qualità, chiunque, progettisti, stazione appaltante, fornitori, può e deve prendere consapevolezza del proprio modo di lavorare e delle eventuali criticità da eliminare.
Questo ripensare ai propri processi, connaturati alla propria dimensione e alle abituali tipologie di lavori eseguiti, rappresenta il punto di partenza per la creazione (non senza probabili anche importanti rivisitazioni) del flusso informativo da implementare nell’ambiente digitale dei dati comuni.

Figura 3 – Funzionamento del CDE nella Pas 1192-2

Figura 3 – Funzionamento del CDE nella Pas 1192-2

Inoltre, rileggere con la raggiunta consapevolezza dei propri specifici processi, linee guida e/o normative tecniche nazionali (UNI 11337) o internazionali che per loro natura sono redatte secondo criteri di generalità e esemplarità, può consentirne una più proficua comprensione e individuazione delle soluzioni ivi suggerite.

Un approccio di lavoro per l’introduzione della metodologia BIM, quindi, non basato innanzitutto sullo studio e/o “duplicazione” dei cosiddetti “progetti pilota” ma volto a individuare (o creare) le proprie procedure di lavoro per poi confrontarle, ripensarle e riorganizzarle alla luce delle indicazioni della normativa tecnica.

Il passo successivo sarà la comprensione delle modalità di gestione delle informazioni digitalizzate: la loro disponibilità apre inevitabilmente la strada a nuove opportunità (funzionalità) e, quindi, a nuove procedure che modificano, integrano o sostituiscono i processi “analogici” descritti.
Si pensi ad esempio, alla Clash Detection, opportunità offerta dalla digitalizzazione del dato per mezzo della creazione del modello virtuale. La sua gestione (esecuzione -sul singolo modello professionale o sul modello federato-, analisi dei risultati ottenuti, decisioni circa le azioni correttive da assumere, attribuzione dei compiti e dei tempi, ecc) richiede una proceduralizzazione sostanzialmente sconosciuta al processo tradizionale.
Ma anche alle modalità con cui le informazioni (i modelli virtuali) possano essere sviluppate e condivise nell’ambiente dei dati comuni: una significativa esemplificazione è riportata nelle BS 1192, su cui ci siamo diffusamente soffermati nell’articolo: “Il BIM come flusso di informazioni informazioni secondo le norme tecniche BS 1192 e le Pas 1192-2”.

La redazione documentale connessa alla metodologia BIM (EIR, BEP, ecc.), infine, rappresenta un ulteriore passo di maturità verso l’acquisizione del metodo: ma la consapevolezza di quanto sin qui descritto (flussi informativi chiari e definiti e informazioni digitalizzate) certamente potrà consentire una migliore comprensione dei contenuti che dovranno essere veicolati in tali documenti e dell’importanza che questi ultimi rivestono nel corretto sviluppo dell’intero processo.

In conclusione, l’acquisizione della metodologia BIM, non può concretizzarsi esclusivamente nell’adozione di software più moderni, ma trova la sua essenza anzitutto nella comprensione e adozione di un processo digitale in cui l’informazione numerica e il flusso informativo definito e puntuale creino un “ecosistema” di lavoro collaborativo, trasparente e misurabile.
Accostarsi a tale metodica è certamente possibile secondo modalità differenti e liberamente individuabili, ma una strada certamente interessante e percorribile è quella di partire dai propri processi e catene di responsabilità, da ricostruire e ripensare all’interno dell’ambiente di dati comune.
Questo approccio potrà garantire l’acquisizione della metodica BIM in modo progressivo, sostenibile da punto di vista dell’impegno di risorse, e la costruzione di una filiera di processo adeguato alla propria organizzazione.

 

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