Distanze legali dai confini: è possibile costruire una canna fumaria in aderenza all’abitazione del vicino?

Distanze legali dai confini, la Cassazione chiarisce che bisogna sempre garantire ai vicini la sicurezza e la qualità dell’aria

Il proprietario di un immobile aveva realizzato in corrispondenza del confine della proprietà del vicino un nuovo volume per collocarvi la caldaia del riscaldamento, nonché una canna fumaria esterna.

Con la costruzione dei suddetti manufatti erano state violate le distanze legali dai confini, provocando immissioni di fumi ed odori molesti nella proprietà del vicino.

Il vicino conveniva in giudizio il proprietario dell’immobile chiedendo di ripristinare lo stato dei luoghi e cessare immediatamente ogni immissione tossica. Il Tribunale si pronunciava a favore della parte attrice, ordinando la rimozione della canna fumaria e la demolizione degli ampliamenti realizzati al locale caldaia.

Il proprietario dell’immobile presentava ricorso in appello contro la sentenza di primo grado, ma la Corte territoriale respingeva il gravame.

I giudici di secondo grado avevano motivato la sentenza asserendo che nonostante il nuovo PUC del Comune non contemplasse espressamente un regolamento per le canne fumarie, esse potevano essere considerate costruzioni e quindi soggette al rispetto delle distanze legali (art. 873 cc); inoltre non era applicabile il principio di “prevenzione” quando, come nel caso di specie, era prevista una norma di piano regolatore contenente la distanza minima dai confini.

Per la cassazione della sentenza di appello veniva presentato ricorso.

Sentenza Corte di Cassazione n. 20357/2017

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 20357/2017 si esprime sul ricorso presentato dal proprietario dell’immobile.

Il ricorrente contesta la decisione della Corte d’appello, che avrebbe applicato la normativa urbanistica vigente all’epoca dei fatti e non quella, più favorevole, vigente al momento del giudizio.

Gli ermellini ritengono che in tema di distanze legali nelle costruzioni, qualora sopravvenga una disciplina normativa meno restrittiva, l’edificio in contrasto con la regolamentazione in vigore al momento della sua ultimazione, ma conforme alla nuova, non può più essere ritenuto illegittimo, cosicché il confinante non può pretendere l’abbattimento o, comunque, la riduzione alle dimensioni previste dalle norme vigenti al momento della sua costruzione.

Nel momento in cui si è accertato che le norme tecniche di attuazione del PUC, attualmente vigente nel Comune, non contengono una espressa previsione sulla distanza minima delle costruzioni dal confine, risulta fondata la tesi difensiva del ricorrente secondo cui egli avrebbe potuto, in applicazione del principio di “prevenzione temporale”, costruire sul confine “in aderenza”.

Pertanto, da un punto di vista urbanistico, la Corte di Cassazione si esprime a favore del proprietario dell’immobile, cassando la sentenza d’appello.

I giudici, nonostante abbiano accolto il ricorso, colgono l’occasione per ribadire la necessità di applicazione dell’art. 890 cc, secondo cui bisogna preservare i fondi vicini da ogni danno alla solidità, salubrità e sicurezza.

In difetto di una disposizione regolamentare, come nel caso in esame, si ha pur sempre una presunzione di pericolosità, seppure relativa, che può essere superata solo ove la parte interessata al mantenimento del manufatto dimostri che mediante opportuni accorgimenti può ovviarsi al pericolo od al danno del fondo vicino.

In pratica colui il quale installa una caldaia o costruisce una canna fumaria in aderenza ad un’altra abitazione deve sempre garantire ai vicini la sicurezza e deve assicurasi che siano rispettati gli standard minimi relativi alla qualità dell’aria.

 

Clicca qui per scaricare la sentenza di Cassazione n. 20357/2017

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