Demolizione e ricostruzione: quali regole rispettare?

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Per la Corte Costituzionale gli interventi di demolizione e ricostruzione devono rispettare l’area di sedime, volume ed altezza preesistenti

La sentenza n. 70/2020 della Corte Costituzionale stabilisce che la demolizione e la ricostruzione di manufatti edilizi deve essere effettuata nel rispetto dell’originaria area di sedime, del volume e dell’altezza preesistenti.

Tale sentenza sembra posizionarsi  in contrasto con quei provvedimenti delle Regioni messi in atto negli ultimi anni, finalizzati al rilancio dell’economia in ambito dell’edilizia e allo svecchiamento del patrimonio immobiliare.

Il Piano casa Puglia e l’impugnazione del Governo

Il caso nasce dall’impugnazione da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri del art. 2 della legge reg. Puglia n. 59 del 2018, rubricato come “Norma interpretativa del comma 1 dell’ art. 4 della lr 14/2009 – Piano casa- (Misure straordinarie e urgenti a sostegno dell’attività edilizia e per il miglioramento della qualità del patrimonio edilizio residenziale)”.

L’articolo 4 (interventi straordinari di demolizione e ricostruzione), comma 1, della lr 14/2009 al fine di migliorare la qualità del patrimonio edilizio esistente, ammette la demolizione con successiva ricostruzione in aumento di volumetria sino al 35 % di quella legittimamente esistente.

Successivamente l’art. 2 della lr n. 59/2018, nel chiarire alcuni aspetti dell’art. 4 della lr 14/2009, recita che “l’articolo deve essere interpretato nel senso che l’intervento edilizio di ricostruzione da effettuare a seguito della demolizione di uno o più edifici a destinazione residenziale o non residenziale, può essere realizzato anche con una diversa sistemazione plano-volumetrica, ovvero con diverse dislocazioni del volume massimo consentito all’interno dell’area di pertinenza.”

Con l’atto impugnativo del Governo, si afferma l’illegittimità costituzionale e la violazione degli artt. 36 e 37 del dpr 380/2001, in quanto “la norma regionale […] avrebbe un indubbio carattere innovativo, con efficacia retroattivache consentirebbe la regolarizzazione di opere che, al momento della loro realizzazione, erano in contrasto con gli strumenti urbanistici di riferimento, “dando corpo ad una illegittima ipotesi di sanatoria straordinaria che esula dalle competenze regionali“.

La decisione della Corte Costituzionale

Per i Giudici, la disposizione regionale genererebbe di fatto una retroattività che porterebbe alla sanatoria di abusi sostanziali, violando il principio fondamentale della “doppia conformità”.

La doppia conformità è un principio in virtù del quale il manufatto edilizio deve risultare conforme sia alla disciplina urbanistica vigente quando è stato edificato, sia a quella vigente quando viene domandato l’accertamento di conformità:

La norma regionale fa infatti riferimento a una «diversa sistemazione plano-volumetrica o a diverse dislocazioni del volume nell’area di pertinenza». Estende, quindi, in via retroattiva, l’oggetto della disposizione originaria: con riferimento alle “diverse dislocazioni”, la disposizione censurata consente nuove e distinte costruzioni rispetto all’immobile originario, collocate in luogo diverso dal precedente ancorché nella medesima area di pertinenza

Successivamente i Giudici, richiamano il comma 1-ter dell’art. 2-bis del dpr 380/2001, esso recita che:

in ogni caso di intervento di demolizione e ricostruzione, quest’ultima è comunque consentita nel rispetto delle distanze legittimamente preesistenti purché sia effettuata assicurando la coincidenza dell’area di sedime e del volume dell’edificio ricostruito con quello demolito, nei limiti dell’altezza massima di quest’ultimo

Quest’ultimo, per i Giudici, vale come regola sull’intero territorio nazionale, che se da un lato favorisce la rigenerazione urbana, dall’altro impedisce un ulteriore consumo di suolo.

Per tali motivi il ricorso è fondato.

 

Clicca qui per scaricare la sentenza della Corte Costituzionale

 

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