Aumento valore immobiliare in caso di variante, cosa spetta al Comune?

Aumento valore dell’immobile a seguito di cambio di destinazione d’uso: al Comune spetta almeno il 50%. Ecco i chiarimenti della Corte Costituzionale

La Rai a seguito del passaggio alla tecnologia digitale terrestre aveva necessità di dismettere alcuni complessi immobiliari, sino a quel momento utilizzati per i servizi in precedenza erogati. La stessa società aveva formulato osservazioni al nuovo PRG di Roma, richiedendo per i suddetti complessi immobiliari un cambio di destinazione d’uso a residenza.

Le osservazioni venivano parzialmente accolte dal Comune di Roma, che aveva previsto il riuso dell’edificazione dismessa con destinazioni d’uso commerciali e servizi, turistico-ricettive e produttive.

La norma in questione prevedeva anche l’assoggettamento al contributo straordinario.

La Rai si rivolgeva al Tar del Lazio chiedendo l’annullamento dei provvedimenti relativi all’adozione del PRG del Comune di Roma ed in particolare lamentava l’illegittimità della previsione del contributo straordinario.

Dopo che il Tar aveva dichiarato inammissibile il ricorso, la Rai presentava appello al Consiglio di Stato.

Il Consiglio di Stato accoglieva parzialmente il ricorso e sollevava dubbi di legittimità costituzionale, relativi all’applicazione della norma.

Il caso arrivava, dunque, alla Corte costituzionale, che era chiamata ad esprimersi sulla vicenda.

Sentenza della Corte Costituzionale

La Corte Costituzionale si esprime sulla legittimità dell’art. 14, c. 16, lettera f), della legge 30 luglio 2010 n. 122 e sull’art. 14, comma 16, lettera f), del dl 31 maggio 2010 n. 78.

Ricordiamo che l‘art. 14 comma 16 F del dl 78/2010 corrisponde al Comune di Roma un contributo straordinario nell’ordine del 66% del maggior valore immobiliare a fronte di rilevanti valorizzazioni immobiliari generate dallo strumento urbanistico generale.

Lo stesso principio, viene esteso a tutti i comuni nel 2014 in misura non inferiore al 50%, attraverso una modifica all’art. 16 comma 4 lettera d-ter del dpr 380/2001, secondo cui:

alla valutazione del maggior valore generato da interventi su aree o immobili in variante urbanistica, in deroga o con cambio di destinazione d’uso. Tale maggior valore, calcolato dall’amministrazione comunale, è suddiviso in misura non inferiore al 50 % tra il comune e la parte privata ed è erogato da quest’ultima al comune stesso sotto forma di contributo straordinario, che attesta l’interesse pubblico, in versamento finanziario, vincolato a specifico centro di costo per la realizzazione di opere pubbliche e servizi da realizzare nel contesto in cui ricade l’intervento, cessione di aree o immobili da destinare a servizi di pubblica utilità, edilizia residenziale sociale od opere pubbliche

Secondo la Corte è chiara la relazione corrispettiva tra il contributo previsto dalle NTA e l’incremento di valore dell’immobile interessato alla negoziazione, collegamento che, tra l’altro, porta ad escludere l’arbitrarietà e gravosità del corrispettivo dovuto dal privato.

La natura dell’accordo rende irrilevanti anche i dubbi circa i rapporti tra l’equilibrio economico finanziario del bilancio e il contributo che il giudice d’appello concepisce erroneamente come una prestazione imposta arbitrariamente finalizzata ad un obiettivo estrinseco alla materia urbanistica. Di regola tutte le entrate degli enti territoriali, sia quelle di natura tributaria che corrispettiva, servono a finanziare il complesso delle attività istituzionali e i servizi resi alla collettività (principio di unità del bilancio) ma, in alcuni casi, è ben possibile che alcune entrate, in tutto o in parte, siano vincolate a specifici obiettivi.

Pertanto la Corte Costituzionale rigetta la questione di legittimità costituzionale sollevata.

 

Clicca qui per scaricare la sentenza della Corte Costituzionale n. 209/2017

 

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