Cambio destinazione d’uso: è necessario il permesso di costruire nei centri storici?

Cambio destinazione d’uso: la Cassazione chiarisce quale titolo edilizio bisogna presentare in caso di lavori di modesta entità nei centri storici

In un Palazzo storico di Firenze venivano eseguiti una serie di interventi edilizi.

Le opere portavano ad un mutamento della qualificazione tipologica e degli elementi formali dell’edificio, comportanti:

  • aumento delle unità immobiliari
  • alterazione dell’originale impianto tipologico-distributivo nonché dei caratteri architettonici dell’edificio
  • cambio destinazione d’uso di parti rilevanti dell’immobile stesso con trasformazione in struttura turisitico-ricettiva, in attività terziarie e commerciali

Il procuratore della Repubblica proponeva ricorso al Tribunale di Firenze, contestando l’assenza del permesso di costruire e comunque la totale difformità dalle numerose DIA presentate.

Il giudice di primo grado respingeva il ricorso e pertanto veniva presentato ricorso immediato in Cassazione.

Cambio destinazione d’uso: la sentenza di Cassazione

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 6873/2017, si esprime sul ricorso presentato dal procuratore della Repubblica.

Il ricorso fonda le proprie basi sulla tipologia di intervento realizzato.

In considerazione dell’entità delle opere, delle numerose modifiche di destinazione d’uso e del rilevante incremento del carico urbanistico, l’intervento deve essere qualificato come ristrutturazione edilizia, per cui è necessario il permesso di costruire. Inoltre tali lavori non sono ammessi dagli strumenti urbanistici vigenti nel Comune di Firenze che vietano, nell’area in questione (zona A del PRG), addirittura anche i soli interventi di restauro e risanamento conservativo.

Ricordiamo che il dpr n. 380/2001 fornisce la seguente definizione di ristrutturazione edilizia:

sono interventi di ristrutturazione edilizia gli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell’ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica nonché quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza. Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell’edificio preesistente

Gli Ermellini ribadiscono il concetto secondo cui il cambio di destinazione di uso di un immobile, attuato attraverso la realizzazione di opere edilizie, configura in ogni caso un’ipotesi di ristrutturazione edilizia, in quanto l’esecuzione dei lavori, anche se di entità modesta, porta pur sempre alla creazione di “un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente“.

Pertanto la Corte di Cassazione accoglie il ricorso e annulla la sentenza di primo grado.

 

Clicca qui per scaricare la sentenza della Corte di Cassazione n. 6873/2017+

Clicca qui per scaricare il testo unico sull’edilizia (dpr 380/2001)

 

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